Paolo Borsellino: l’Uomo che dichiarò guerra alla Mafia

Quali sono le azioni di quest’uomo che hanno cambiato, per sempre, la storia della nostra nazione? In questo articolo vogliamo ripercorrere i tratti dell’Uomo Eroe che si è sacrificato per lo stesso stato che ne ha ordinato la morte. 

0
225
paolo brosellino

Chi era Paolo Borsellino?

Quando parliamo di Paolo Borsellino i primi tratti salienti che saltano all’occhio sono il rigore, la passione per il lavoro e, sicuramente, la determinazione che lo hanno portato a voler andare fino in fondo. Si tratta di un esempio, una bandiera. Di quelle bandiere di cui oggi la nostra Italia sente sempre più il bisogno. Nella sua vita, oltre alla missione di combattere cosa nostra, vi è stata la capacità di trasmettere dei valori imprescindibili per tutte le generazioni future.

La sua è una storia triste, assieme a quella del compagno di destino Giovanni Falcone. Noi abbiamo il dovere di ricordare. Abbiamo il dovere di rendere giustizia, dopo anni di depistaggi e molti, troppi, silenzi. La mafia oggi è sconfitta? A mio avviso no. Ha solo cambiato casacca. Oggi mafia è giacca e cravatta. Al giorno d’oggi è mafia coi colletti bianchi. Oggi la mafia sta a palazzo e ora, come allora, è quella mafia che determina molti aspetti della società civile. 

La storia di Paolo Borsellino

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino il giorno della sua prima comunione

Paolo Emanuele Borsellino è nato in quella Palermo di fuoco che sarà lo scenario d’azione del clan dei Corleonesi negli anni in cui Cosa Nostra ha messo in ginocchio lo Stato. Borsellino viene al mondo il 19 gennaio 1940. Nasce in una famiglia agiata della borghesia palermitana e più precisamente nel quartiere arabo di Kalsa. La madre e il padre di Borsellino erano dei farmacisti. Terminato il ginnasio e gli studi classici presso il Liceo Meli, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. L’innata passione per il diritto e per la legge lo portano a conseguire la laurea in legge a soli 22 anni, e con il massimo dei voti e laude. 

Nel corso della sua vita da universitario Borsellino si è anche occupato di politica studentesca. Infatti sarà eletto membro dell’esecutivo provinciale nella lista del Faun Fanalino.

Ottiene poi la delega per il congresso provinciale.

Insomma: Paolo Borsellino dimostra sin da subito di essere un uomo d’azione. 

Subito dopo essersi laureato arriva una disgrazia che, comunque, segnerà la vita del futuro magistrato: il padre viene a mancare. Per questo motivo si ritroverà sulle spalle la responsabilità di dover provvedere ai suoi casi. La prima cosa che fa dopo la morte del padre è quella di trattare con l’ordine dei farmacisti con l’intento di reggere l’attività di suo padre fino a quando Rita Borsellino conseguirà la laurea in farmacia.

Borsellino, nel periodo successivo alla laurea, esprime la volontà di partecipare al concorso per diventare magistrato. Decide, pertanto, di mantenersi agli studi con qualche lavoretto manuale. Paolo supererà brillantemente l’ambito concorso nel 1963. Adesso Borsellino è un magistrato. Da sempre mosso da un amore viscerale per la sua amata terra e per la giustizia, decide di lavorare e rimanere nella sua isola. 

Una volta diventato magistrato, però, continua ad occuparsi egregiamente della sua famiglia. Nel contempo è proprio a Palermo che inizia la sua carriera da magistrato. Bisognerà attendere il 1965 per diventare auditore giudiziario del tribunale civile di Enna. Nel 1967, invece, nel periodo successivo al terremoto, diventa Pretore di Mazara del Vallo.

Un evento lieto, sicuramente degno di menzione, è il matrimonio di Paolo Borsellino, che avviene nel 1968. Nel 1969, invece, Borsellino sarà trasferito da Mazara alla pretura di Monreale. È qui che lavorerà a strettissimo contatto con il Capitano Emanuele Basile, dell’arma dei carabinieri. 

Finalmente nel 1975 Borsellino arriva al tribunale di Palermo.

Il primo incarico lo ottiene nel mese di luglio. Ed è proprio in questo momento che nella vita di Borsellino entra Rocco Chinnici, presso l’ufficio di Istruzione Processi Penali.

Nel contempo quel Capitano Basile che era stato suo collaboratore inizia a condurre delle indagini su un fenomeno che andava via via diffondendosi: erano i primi anni del ricatto mafioso e dello stragismo. Da quel momento in poi l’impegno di Paolo Borsellino contro la mafia non avrà più fine.

Bisognerà attendere il 1980, anno in cui vengono arrestate le prime sei persone per mafia. Nello stesso anno il Capitano Basile sarà barbaramente assassinato in un agguato criminale. Da quel momento in poi Borsellino si vedrà comparire nella sua residenza la scorta che lo sorveglierà e accompagnerà fino all’ultimo giorno della sua esistenza. Le abitudini dell’uomo Borsellino e dei suoi cari muteranno per sempre. 

Il 5 marzo del 1980 arriva una soddisfazione professionale per Borsellino. Egli viene definito dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) come magistrato

“di ottima intelligenza, di carattere serio e riservato, dignitoso e leale, dotato di particolare attitudine alle indagini istruttorie, definisce mediamente circa 400 procedimenti per anno e negli anni si distingue per l’impegno, lo zelo, la diligenza, che caratterizzano la sua opera”. 

Per tali meriti Paolo Borsellino viene nominato magistrato d’appello.

Sarà negli anni successivi che Paolo Borsellino continuerà a distinguersi in maniera egregia per le doti che il CSM gli aveva riconosciuto. Doti d’eccellenza, legate alle sue doti di inquirente e magistrato impeccabile.

Falcone Borsellino: un binomio che ha fatto la storia. 

Le vicende e le vite di Giovanni e Paolo si intrecciarono sin dall’inizio. Se mettiamo a paragone questi due personaggi la prima cosa che salta all’occhio è che, intanto, erano coetanee. Falcone nasce il 20 maggio del 1939. Borsellino, invece, solo pochi mesi dopo, ossia il 19 gennaio del 1940. Entrambi crescono e vivono nel stesso quartiere, a Kalsa. La zona della Kalsa è un quartiere di commercianti, imprenditori e membri della media borghesia. Sin da bambini giovavano assieme nella piazzetta del quartiere ed erano buoni amici. 

Gli interessi, in un primo momento, erano totalmente diversi. Falcone, infatti, era appassionato di studio, ma nel contempo frequentava l’Azione Cattolica, ed era praticante.

La famiglia di Falcone era vecchio stampo.

Per loro non esisteva il divertimento, le villeggiature e i viaggi. Come lo stesso Falcone racconta, il padre “stava molto in casa” (Francesco La Licata Storia di Giovanni Falcone – Feltrinelli). “Per lui era un punto d’orgoglio non aver mai bevuto al bar una tazzina di caffè”. La madre di Giovanni Falcone, invece, era una instancabile donna “energica e autoritaria”. Falcone racconta che quando tornava a casa con dei 7 o degli 8 la sua pagella veniva considerata scarsa. 

A casa di Paolo Borsellino, al contrario, le vedute erano più aperte. Spesso Paolo ospitava in casa amici per discutere di storia, di filosofia e di libri. Per ciò che riguarda la scuola Borsellino era molto più costante, e i suoi voti diversi. Dotato di una memoria prodigiosa, si alzava alle 5 per studiare. Il 10 in greco era ormai diventato una routine. 

Lo stesso liceo e la stessa laurea.

Pochi sanno che Giovanni e Paolo erano studenti dello stesso Liceo. È proprio li che Falcone inizia ad uscire fuori da quel contesto molto tradizionale della sua famiglia. Grazie al professore di Storia e Filosofia, Franco Salvo, inaugura la filosofia del dubbio. Inizia, quindi, ad uscire fuori dai contesti dogmatici, fino ad iniziare a disertare la messa la domenica mattina. Conseguita la maturità classica Giovanni Falcone si arruola presso l’Accademia militare di Livorno. Non ci rimane molto.

Ritorna sui suoi passi in brevissimo tempo e si iscrive in Giurisprudenza.

Paolo BorsellinoPer ciò che riguarda Falcone è interessante aggiungere che anche lui si laurea con il massimo dei voti. Solo l’anno dopo alla laurea conoscerà Rita, una donna della quale si innamora perdutamente, e la sposa. Una volta iniziata la carriera Falcone viene trasferito a Lentini, in provincia di Siracusa, e riveste il ruolo di Pretore. Si trasferisce a Trapani qualche anno dopo, nel 1966.

A Trapani Falcone rimarrà per ben 12 anni. Nel periodo di lontananza dalla sua famiglia Falcone abbandona quella che era la dottrina che si predicava in casa sua. La sorella Anna racconta un aneddoto curioso dicendo di “averlo ritrovato comunista”. È in questo periodo che Falcone inizia ad entrare a contatto con la mafia. 

Non ancora scortato, in un primo momento della sua vita, trova anche il tempo per dedicarsi al sociale e alla politica. Falcone è stato un accanito sostenitore del referendum sulldivorzio.  

Il pool: Falcone e Paolo Borsellino di nuovo in squadra

Intanto Giovanni Falcone era ritornato nella sua città per lavorare al processo Spatola. Il costruttore edile era stato accusato di associazione mafiosa. Grazie a questa evenienza i due poterlo ritornare in contatto. Sin dal primo momento iniziarono a scambiarsi delle informazioni sulle inchieste con l’intento di collaborare. Il processo Spatola riuscì a dimostrate le qualità e le doti di Giovanni Falcone che si addentrò in indagini bancarie e societarie. Tale metodo investigativo era cosa assai innovativa per quei tempi. Nella realtà dei fatti, però, si rivelò essere molto efficace. 

A Palermo e in Sicilia la situazione stava cambiando sempre di più. Una cosa che saltò immediatamente agli occhi degli inquirenti erano gli assassini dei testimoni chiave. Era prassi consolidata vedere i membri delle cosche sotto indagine sparire nel nulla o ritrovarli assassinati. Era l’inizio della guerra di mafia. Tra l’81 e l’’82 nel capoluogo Siciliano, la media delle vittime che venivano ritrovate era di un morto ogni tre giorni. In buona sostanza più di 1200 persone vengono uccise proprio in quel periodo. Se rapportiamo i numeri ad altri conflitti diremmo che si può comparare la guerra di cosa nostra a una guerra civile. 

Le vittime, guarda caso, erano tutte appartenenti alle famiglie di clan nemici dei viddani.

Per viddani intendiamo i Corleonesi. Si tratta di una settantina di persone, capitanate da Totò Riina, che provenivano dal paese collinare di Corleone. Secondo quanto è stato dichiarato da Giuseppe Ayala, che è stato pubblico ministero al Maxiprocesso di Palermo che, Riina si fece notare immediatamente per la sua straordinaria violenza senza sconti. Si tratta di un modo di agire senza precedenti anche per la Mafia.

Nel 1983 sembrava essere iniziato un periodo di tregua. Nella realtà dei fatti, però, i corleonesi avevano solo cambiato obiettivo. Adesso era necessario muovere guerra allo stato. Per cominciare, quindi, il 30 aprile 1982 venne trucidato il segretario regionale del PC (Partito Comunista) nonché membro della neonata commissione antimafia, Pio La Torre. 

Era un affronto allo Stato. La stessa sorte che era toccata a La Torre avrebbe potuto mietere altre vittime tra gli esponenti dei partiti. Per tale motivo lo Stato decise di rispondere con un contro attacco. Il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa viene nominato prefetto di Palermo.

Dalla Chiesa si era distinto negli anni precedenti per la lotta serrata alle Brigate Rosse. Per tale motivo era ritenuto l’uomo adatto alle esigenze della città di Palermo. Nella realtà dei fatti nel mese di settembre del 1982 Dalla Chiesa venne assassinato dalla mafia assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro sulla sua A112 bianca. Tolto di mezzo Dalla Chiesa la mafia aveva attaccato al cuore dello Stato. Sul luogo del delitto comparve una scritta che comunicava, tristemente: “Qui muore la speranza dei palermitani onesti”.

Nasce il Pool: Falcone e Paolo Borsellino fianco a fianco

Assassinato il Prefetto di Palermo Riina decise di colpire ancora al cuore dello Stato. Questa volta nella mirino del Capo dei Capi c’era la magistratura. Il 29 luglio del 1983 il  capo del’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo viene assassinato. Il Consiglio Superiore della Magistratura sceglie Antonio Caponnetto, sessantatré anni, come sostituto. Caponnetto era siciliano. Veniva da Caltanissetta e non aveva mai avuto esperienze con i processi di mafia. Si era trasferito a Firenze con la famiglia. Ed è li che lascia i suoi cari per raggiungere d’urgenza Palermo e cercare di capire come contrastare il fenomeno mafioso. Caponnetto vivrà una vita da recluso per anni, tra la caserma della Guardia di Finanza e il suo ufficio. 

Nel libro Nella terra degli infedeli, di Alexander Stille Caponnetto racconterà di come Giovanni Falcone lo contattò dopo la nomina. “Fu il tono assolutamente confidenziale e amichevole che usò nei miei confronti a colpirmi. Come se ci conoscessimo da una vita, e invece non ci conoscevamo affatto”.

Giunto a Palermo iniziava il momento della fase operativa.

Paolo Borsellino
Falcone, Borsellino e Caponnetto.

Fu di Antonio Caponnetto l’idea di creare quel pool antimafia di magistrati che daranno vita al più grande processo della storia. L’idea era quella di frazionare i gravi rischi che si correvano. Se la mafia aveva ucciso un prefetto, avrebbe potuto uccidere ancora. Per tale motivo era necessario agire in fretta, e con i migliori. Falcone venne scelto immediatamente. In un secondo momento arriva anche Giuseppe Di Lello Finuoli, che aveva dimestichezza con Cosa Nostra per via dei processi di mafia a cui aveva assistito al fianco del suo mentore:  Rocco Chinnici appunto.

Storicamente è stato Falcone a suggerire a Caponnetto di inserire Borsellino all’interno del Pool. In un secondo momento si aggiungerà al team di magistrati anche l’espetto procuratore Leonardo Guarnotta, scelto, in particolare modo, per gli anni di esperienza maturati. 

La lotta, il pentitismo, verso il maxiprocesso. 

Il team di magistrati inizia a lavorare intensamente. In quel periodo viene inaugurata anche la stagione del pentitismo. Il primo a “cantare” è stato “Don Masino” tale Tommaso Buscetta. Perché aveva deciso di collaborare con la giustizia? Semplicemente perché Riina gli aveva ucciso due figli, suo fratello, suo genero, suo cognato e ben quattro nipoti. Tutti condannati a morte da Cosa Nostra, fino alla settima generazione.

Buscetta era un trafficante di stupefacenti. Scappato in Brasile viene arrestato e riportato in Italia. Per quanto avesse deciso di collaborare con la giustizia, Buscetta chiede di parlare solo ed esclusivamente con Giovanni Falcone. Si fidava solo di lui, e non ne aveva fatto segreto: di Falcone e del vicequestore Gianni Di Gennaro.

Tra le pagine affascinanti del libro Cose di Cosa nostra si può leggere un passo assai curioso dove Buscetta da un avvertimento chiaro a Falcone.

“L’avverto signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?”.

Come tipico del suo stile Falcone non si tira indietro e decide di condurre questo interrogatorio che cambierà per sempre la storia. Grazie alla testimonianza di “Don Masino” Cosa Nostra verrà sradicata dalle fondamenta. Il 29 settembre 1984 vennero emessi ben 366 mandati di arresto. Nel libro Cose di Cosa nostra Falcone afferma che le dichiarazioni di Buscetta sono state determinanti nell’isituzione del Maxi Processo. 

“Prima di lui non avevamo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo iniziato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, le tecniche di reclutamento, le funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno”. 

Si trattava del periodo in cui il pool era venuto a capo della matassa. Ed è proprio in quel contesto che il team di magistrati era sulla bocca di tutti. Il consenso si percepiva anche dentro il Palazzo di Giustizia. Tra il mese di settembre del 1984 e il mese di maggio del 1985 vi era supporto massimo. Serviva solo aprire bocca per ottenere tutto ciò che era necessario dal ministero: aerei, segretarie e tutto il materiale. Basta considerate che la famosa aula-bunker per lo svolgimento del  Maxiprocesso fu progettata e realizzata in meno di un anno. 

Il tutto a spese dello Stato…

Totò Riina  non poteva rimanere fermo dinanzi a un tale sopruso. Per tale motivo si stava progettando quella che viene annoverata come l’estate di sangue. Nel 1985, e precisamente il 28 luglio, viene assassinato Beppe Montana, il capo della Sezione latitanti della polizia di Palermo. Passano solo pochi giorni e la stessa sorte tocca a Ninni Cassarà della squadra mobile  di Palermo nonché stretto collaboratore e amico di Giovanni Falcone. 

Secondo Paolo Borsellino una volta ucciso Cassarà si era dimostrato che la mobile non esisteva. Non era una sezione strutturata, ma un impegno saltuario di pochi. Secondo Borsellino quello che si era fatto fino a quel momento era il massimo che lo stato potesse garantire per contrastare il fenomeno mafioso.

Paolo Borsellino
Borsellino e Falcone all’Asinara

Ovviamente il timore che Cosa Nostra potesse colpire ancora era alto, altissimo. Per questo motivo si era optato per un trasferimento d’urgenza dei due magistrati all’Asinara. L’Asinara è una isola-carcere sarda. L’idea era quella di permettere ai due magistrati di concludere senza ostacoli l’istruttoria del Processo che si sarebbe dovuto tenere a Palermo e che viene depositata l’8 novembre del 1985.

La cosa curiosa, che dimostra di quanto lo stato avesse già delle pressioni interne, è che alla fine del soggiorno durato trentatré giorni, a Falcone e Borsellino viene presentato il conto per il pernottamento. Borsellino racconta, con una nota di profonda amarezza, che prima di andarsene gli “fecero pagare 415.800 lire a testa per il pernottamento, 12.600 lire al giorno”.

Tutti gli sconvolgimenti della propria famiglia Borsellino porteranno a delle conseguenze anche gravi. La figlia di Paolo, Lucia, arriva a pesare solo 30 chili dopo essere stata colpita da una forma molto grave di anoressia. 

Inizia il maiprocesso: la mafia a giudizio 

Il Maxiprocesso è stato il più grande attacco da parte dello Stato a Cosa Nostra. Gli imputati rinviati a giudizio erano 475. La data ufficiale dell’inizio è stata il 10 febbraio 1986. Nel mese di maggio Borsellino viene trasferito a Marsala, a Trapani. Il Pool subisce quindi una grave perdita, come ci dice anche Ignazio De Francisci, uno dei membri chiamati a sostituire Borsellino.

In quel contesto la distanza tra Falcone e gli altri membri del pool si fece sempre più accentuata. Borsellino, oltre ad essere coetanee, aveva un’esperienza tale da potersi interfacciare da pari a pari con Falcone. Senza di lui il divario tra Falcone e gli altri membri diventa più forte. 

Il Maxiprocesso, evento storico e singolare in Italia, si chiude ufficialmente il 16 dicembre 1987.

I risultati sono stati 360 condanne e 114 assoluzioni. Completato l’obiettivo Antonio Caponnetto ritiene chiusa la sua esperienza palermitana. Al suo posto, come lui stesso sperava, aveva visto Giovanni Falcone. Ma le cose non andarono così. Il clima politico che si era venuto a creare era particolarmente sfavorevole, soprattutto per quello che era il programma di protezione dei pentiti. Per smontare Cosa Nostra il ruolo dei pentiti era stato determinante.

In cambio del pentitismo lo stato garantiva al mafioso una serie di incentivi e protezione per lui e per la famiglia.

Ora: il partito socialista aveva raddoppiato il suo consenso. Per tale motivo Giuliano Vassalli viene nominato ministro della Giustizia. Quest’ultimo si era dichiarato sin da subito contrario al programma di protezione dei pentiti. Vassalli ha avuto un ruolo determinante in questa storia. Infatti il CSM decide di bocciare falcone come capo dell’ufficio istruzione di Palermo preferendo Antonio Meli. Secondo Caponnetto in quel giorno Falcone iniziò a morire.

La nomina di Meli era avvenuta per un fattore di mera anzianità. Infatti Meli non aveva alcuna esperienza in fatto di lotta alla mafia. 

Il pool finisce. L’inizio del baratro

Il nuovo capo del pool, Meli, sin da subito, vuole ribaltare il modus operandi del pool. Per tale motivo inizia ad assegnare a procuratori esterni le inchieste di mafia. Falcone, che era rimasto a Palermo, inizia a ritrovarsi, sulla scrivania, indagini per scippi, borseggi e assegni scoperti. Un affronto. E il tutto con il benestare della politica collusa. 

Paolo Borsellino, che lavorava a Marsala, prova a tirare in ballo l’opinione pubblica. In un’intervista all’Unità dichiara:

“Hanno tolto a Falcone la titolarità delle grandi inchieste antimafia. Le indagini di polizia giudiziaria sono bloccate da anni. La squadra mobile di Palermo non è mai stata ricostituita. Ho l’impressione di grandi manovre per smantellare il pool antimafia”.

Giovanni Falcone era stato letteralmente isolato.

E gli affronti dello stato non finiscono qui. Infatti il governo aveva nominato Domenico Sica come alto commissario per la lotta antimafia. Anche Flacone aveva presentato la sua candidatura, ma era stata letteralmente bocciata. L’impavido magistrato decide quindi di candidarsi per il CSM, ma non viene eletto. In quel periodo inizia a circolare voce, grazie a delle lettere anonime, sulla gestione del pentito Salvatore Contorno. Nel mese di giugno del 1989 si tenta di assassinare Giovanni Falcone nella sua casa a mare. 

I dissidi con Meli non terminano di certo. Anzi: raggiungono livelli critici a seguito dell’inchiesta sulle confessioni di Antonino Calderone che si era pentito. In sintesi: secondo Meli il processo andava diviso tra 12 procure diverse in base alla competenza territoriale. Falcone, invece, sosteneva che tale azione avrebbe portato ad una dispersione delle indagini e che dal momento in cui l’unica origine era quella mafiosa. Ma Meli ha la meglio anche questa volta. È questo l’inno della fine. L’inizio di quel percorso che vede, a pieno titolo, lo stato deviato invischiato in tutte queste vicende. 

Da Palermo a Roma …

Giovanni Falcone non poteva più tollerare gli affronti di Meli. Chiede quindi il trasferimento. Viene nominato procuratore aggiunto presso la Procura della repubblica. In quel contesto decide di supportare la nomina a procuratore capo di Palermo di Pietro Giammanco, suo superiore. Ma, piano piano, anche Giammanco mette da parte Falcone e inizia ad ostacolarlo.

Un ruolo determinante è stato anche quello di Leoluca Orlando, l’attuale sindaco di Palermo. I rapporti tra Falcone e Orlando erano sempre stati ottimi. Ad un certo punto Orlando inizia ad attaccare Falcone accusandolo di occultare le prove che potevano incastrare dei politici mafiosi. In quel periodo Falcone vede crollare su di se tutto quanto. Si tratta di un periodo molto duro della sua vita, vissuto di riflesso anche da Paolo Borsellino che, seppur da lontano, supportava il suo collega e amico in ogni occasione. Nel frattempo viene nominato nuovo ministro alla Giustizia Claudio Martelli, che propone a Falcone di lasciare Palermo per recarsi a Roma, presso la direzione degli Affari penali.

Nonostante Falcone accetti il nuovo incarico da Roma continua ad occuparsi di cosa nostra, e lo fa con dei nuovi mezzi.

Idea un decreto legge per far ritornare in carcere gli imputati mafiosi scarcerati grazie ad una sentenza di Corrado Carnevale. Carnevale è stato il presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione. È passato alle pagine dei libri di storia per via del soprannome che gli venne affibbiato, ossia “Ammazzasentenze”. 

Era il nuovo ostacolo per Giovanni Falcone. Vista l’influenza di Carnevale nel ribaltare i giudizi dei gradi precedenti, Falcone elabora il concetto di rotazione dei giudici della corte suprema, così da garantire equità nell’ultimo grado di giudizio. 

Grazie a questa azione di Falcone a Carnevale viene affidato un incarico diverso e la Cassazione confermerà le condanne. In quel periodo il governo in carica decide di sposare le proposte di Falcone per organizzare nuovamente la lotta a Cosa Nostra. È in quel frangente che Paolo Borsellino ritorna a Palermo con la carica di procuratore aggiunto. A questo viene affiancato un ruolo direttivo nelle indagini contro cosa nostra. 

La vendetta di Riina e la morte di Falcone

Totò Riina viene condannato all’ergastolo. Per prima cosa decide di punire chi gli aveva garantito che questo non sarebbe mai successo. È in questo panorama che si inserisce la morte di Salvo Lima, avvenuta il 12 marzo 1992, nella località di Mondello. Lima era il capo della corrente di Andreotti in Sicilia. 

Di li a poco anche a Falcone sarebbe toccata la stessa sorte, il 23 maggio dello stesso anno. Nella strage perdono la vita il Giudice, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Falcone si era risposato nel 1986, dopo aver chiesto e ottenuto il divorzio da Rita.

Nei pressi dello svincolo di Capaci, sull’autostrada Palermo-Trapani, la mafia aveva posizionato mezza tonnellata di tritolo. Alle 17.58 un boato terribile fa saltare in aria quasi un km di autostrada, generando una nube scura e altissima, composta da cemento, terra e asfalto. Persino l’istituto nazionale di geofisica registra l’esplosione.

Paolo Borsellino i 57 giorni di calvario.

Paolo Borsellino
Borsellino con la moglie e i figli.

Giammanco, nonostante la morte di Falcone, continua ad ostacolare anche Borsellino. Nonostante tutto il giudice continua a lavorare imperterrito, con frenetica voglia di giustizia. Per quanto avesse paura dell’aereo, in quel periodo non farà altro che viaggiare, in continuazione, e annotare tutto sulla sua agenda rossa. Borsellino ascolta le testimonianze di pentiti importanti. Anche Nicola Mancino parla con Paolo Borsellino. Da quell’incontro il giudice rimane particolarmente turbato. 

Nei corridoi oscuri del potere, intanto, circolava il cosiddetto “papello”. Si tratta di un documento scritto da Riina in cui il Capo dei Capi pone 12 richieste allo Stato per cessare l’era delle stragi.  Nel “papello” erano riportare richieste di varia natura: dall’annullamento del carcere duro per i mafiosi (41 bis), alla riforma della legge sui pentiti. Inizia, difatti, una vera e propria trattativa tra la mafia e lo stato. Riina aveva anche richiesto una revisione della sentenza del Maxirpocesso.

Borsellino sarà avvisato dell’accaduto e della trattativa. A farlo è Liliana Ferraro, la sostituta di Giovanni Falcone a Roma presso la Direzione affari penali del ministero. Borsellino si oppone duramente, ed è per questo che firma e anticipa la sua condanna a morte. 

Strage di Via D’Amelio: Il muro da scavalcare.

La sua morte, come è stato confermato da molti pentiti, era programmata da tempo. Ovviamente Borsellino rappresentava l’ultimo ostacolo della trattativa, e quindi andava tolto di mezzo prima possibile. Secondo quanto lo stesso Riina aveva detto, era necessario scavalcare il muro. Il muro era Paolo Borsellino. 

I pubblici ministeri scrivono nell’atto di accusa alla fine delle indagini: 

“La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della cosiddetta trattativa tra uomini delle istituzioni e Cosa nostra” 

A monte vi sarebbe il tradimento di un generale dei carabinieri che aumentò l’angoscia di Borsellino. Infatti negli ultimi giorni della sua vita era perfettamente cosciente di stare andando incontro ala morte, come dice a più persone.  Borsellino chiede addirittura che fosse lasciato qualche “qualche spiraglio” alla sua sicurezza, onde evitare di compromettere la sua famiglia, che ha adorato fino all’ultimo giorno della sua vita. 

La moglie Agnese racconta che Il 13 luglio Borsellino le rivelò che “il tritolo per me è arrivato. Quando gli altri lo decideranno la mafia mi ucciderà”. 

Il 17 luglio, tra il grande stupore di tutti quanti, abbraccia tutti i colleghi e li saluta.

Quasi a voler dire addio. Il 19 luglio del 1992 era un giorno di grande calura a Palermo. Borsellino si reca a casa di sua madre per portarla ad una visita. La madre abitava in via D’Amelio. Alle 16.58 esplode il tritolo posizionato su un’auto parcheggiata davanti al portone di ingresso. Assieme al magistrato perdono la vita cinque uomini della scorta. 

Caponnetto dichiarerà pochi minuti dopo: “È tutto finito. Non mi faccia parlare. È tutto finito

Arrendersi? Mai! Ecco l’eredità di Borsellino e Falcone

Caponnetto ha dedicato la sua vita a incontri nelle scuole e nelle università, portando avanti testimonianze e raccontare la storia di questi due eroi. Caponnetto ha sempre detto che le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse. 

Oggi Provenzano e Riina sono morti. E sono morti scontando il carcere col regime 41 bis. Oggi, probabilmente, i corleonesi nell’accezione negativa del termine non esistono più, ma la mafia ha assunto caratteri nuovi. Proprio quei caratteri che l’hanno da sempre caratterizzata. C’è chi dice che “L’assassinio di Falcone fu un favore della mafia allo stato e l’assassinio di Borsellino fu un favore dello stato alla mafia”. 

La lotta alla mafia, oggi, assume connotati diversi. 

Borsellino è stato un uomo coraggio. Un eroe di altri tempi. È andato incontro al suo destino senza cercare scappatoie, vittima dello stesso stato che, fino a quel momento, aveva servito e che ha servito fino alla fine. Per tutta la sua vita, fuori dall’orario di lavoro, Borsellino ha cercato i giovani. Coloro che si opponevano al puzzo del compromesso morale, diventando il fresco profumo di libertà.

In passato Chinnici aveva scritto una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare il conferimento di un encomio sia per Paolo Borsellino che per Giovanni Falcone per supportare eventuali incarichi direttivi nel futuro. Quell’encomio non è mai arrivato. 

Gli Angeli custodi di Paolo Borsellino, figli del dovere.

Paolo Borsellino
La scorta del giudice Paolo Borsellino

Chi erano i membri della scorta di Paolo Borsellino? 

EMANUELA LOI aveva solo 24 anni ed era Sarda. Veniva da Sestu (Cagliari). Subito dopo la morte di Giovanni Falcone la Loi entra a far parte del nucleo scorte di Palermo. Era una giovane bionda, col fisico esile. Si tratta della prima  donna ad essere inserita in una scorta per obiettivi a rischi. Tra le varie cose è stata anche la prima a morire. Si racconta che quando è arrivata a Palermo per la prima volta ha detto:

“Se ho scelto di fare la poliziotta non posso tirarmi indietro. So benissimo che fare l’agente di polizia in questa città è più difficile che nelle altre, ma a me piace”. Nella realtà dei fatti quella domenica non doveva essere nella scorta di Borsellino. Si era aggregata all’ultimo minuto perché era a disposizione. 

AGOSTINO CATALANO aveva 43 anni, di Palermo. Si trattava di un veterano del nucleo scorte di Palermo. Da molto tempo era addetto alla sicurezza dei magistrati di Palermo. Quando muore lascia al mondo due figli e un nuovo matrimonio. Solo qualche giorno prima, a Mondello, aveva salvato un bambino dall’annegamento.

e ancora…

VINCENZO LI MULI era un giovane di 22 anni quando si ritrova in Via D’Amelio. Aveva scelto di entrare nel nucleo scorte in onore dei suoi compagni caduti. Infatti aveva richiesto al giudice di diventare un agente di short senza dire niente ai suoi genitori, perché sapeva che non avrebbero mai acconsentito. Si racconta che quel giorno sua madre, appresa la notizia nelle dirette televisive, esclama: “Poveri ragazzi e povere mamme”. Era all’oscuro che tra quelle mamme ci fosse anche lei. 

WALTER EDDIE COSINA era un ragazzo di 31 anni australiano. Walter faceva parte della scorta di Borsellino da pochissimi giorni. Per 10 anni aveva fatto parte della DIGOS di Trieste. Aveva frequentato dei corsi per un addestramento speciale che gli aveva permesso di ricoprire quel ruolo. Dopo la strage di capaci, come Li Muli, aveva richiesto di entrare nel nucleo scorte in omaggio ai suoi colleghi. Ha lasciato una moglie e un figlio ancora piccolo. 

CLAUDIO TRAINA aveva 27 anni. Era Palermitano ed era un agente scelto. In Brasile si era incontrato con la sua ragazza che aveva portato in Italia. Quando muore lascia al mondo un figlio i pochi mesi. 

Paolo Borsellino frasi. Ecco le sue citazioni

Almeno, l’opinione pubblica deve sapere e conoscere. Il pool deve morire davanti a tutti.

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.

 

La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti.

[Su Rocco Chinnici]
…né la generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso – spesso confinante con la collusione – scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come una volta mi disse, la “religione del lavoro“.

Ai giovani ebbe a dire:

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

[…] i giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi e in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino [assassinato dalla Mafia] come tanti altri, i politici appariranno ai funerali proclamando unità di intenti per risolvere questo problema e dopo pochi mesi saremo sempre punto e daccapo.

Paolo Borsellino FILM: ecco le pellicole che hanno come protagonista il giudice coraggio. 

  • Gli angeli di Borsellino (2003), per la regia di Rocco Cesareo, interpretato da Toni Garrani;
  • Paolo Borsellino (2004), miniserie televisiva di Gianluca Maria Tavarelli, interpretato da Giorgio Tirabassi;
  • Borsellino: una vita da eroe, un video documentario di Lucio Miceli e Roberta Di Casimirro (2010).
  • Paolo Borsellino – I 57 giorni (2012), film televisivo di Alberto Negrin, interpretato da Luca Zingaretti;
  • Vi perdono ma inginocchiatevi (2012), film televisivo di Claudio Bonivento, interpretato da Lollo Franco;
  • La mafia uccide solo d’estate (2013), per la regia di Pif;
  • Era d’estate (2016), regia di Fiorella Infascelli, interpretato da Giuseppe Fiorello;
  • Paolo Borsellino. Adesso tocca a me (2017), docufiction di Giovanni Filippetto, interpretato da Cesare Bocci.

Leggi anche: Tra 10 anni l’uomo potrà diventare immortale