Mercoledì Nero: i veri motivi del crollo di lira e sterlina

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mercoledì nero

Quando si parla di Mercoledì Nero ci riferiamo ad un giorno che ci riguarda da molto vicino. Nello specifico parliamo di storia economica del nostro continente. Gli stati che ricorderanno per sempre il 16 settembre del 1992, il mercoledì nero appunto, sono l’Italia e l’Inghilterra. 

Mercoledì nero: una premessa 

Il 16 settembre del 1992 la sterlina e la lira italiana furono obbligate ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. La motivazione è da riscontrarsi in una fortissima e storica speculazione finanziaria. Da questo evento di mercato George Soros ha guadagnato 1 miliardo di dollari tramite delle posizioni a mercato aperte grazie al fondo Quantum. 

In quella occasione Soros decise di vendere, allo scoperto, l’equivalente in sterline di ben 10 miliardi di dollari. A causa di questa speculazione la lira perse valore contro il dollaro (si parla di poco più del 30%). Ma vediamo nel dettaglio cosa accadde quel giorno e come ragionò Soros in quel preciso contesto. 

I fatti 

Soros aveva dedotto l’impossibilità del trio inconciliabile. 

In buona sostanza con questa espressione (spesso denominata pure terzetto incoerente) si definisce l’impossibilità di coesistenza di tre elementi:

Dal 1982 la locuzione viene anche definita come quartetto inconciliabile. Infatti Tommaso Padoa-Schioppa introduce tra gli elementi anche il libero commercio estero, soprattutto con l’avvento di quella che poi sarebbe diventata l’Unione Europea. 

In buona sostanza il cambio ufficiale, fino ad allora, era definito. Le oscillazioni erano minime. Gli speculatori decidono quindi di vendere allo scoperto valuta debole e acquistare valuta forte. La certezza era che le Banche Centrali si sarebbero impegnate a tutti i costi per mantenere attivo lo lo SME.

La BoE era contraria ad aumentare i propri tassi di interesse che, rispetto a quelli degli altri paesi del SME, erano bassi. L’altra clausola da parte della Banca d’Inghilterra riguardava il tasso di cambio. Infatti volevano lasciare il tasso di cambio della moneta fluttuante. 

Dopo il mercoledì nero la Banca d’Inghilterra fu obbligata ad uscire dal Sistema Monetario Europeo e a svalutare il Pound. 

mercoledì nero
George Soros

Il lunedì 26 ottobre del 1992 il Times riporta un commento di Soros:  

“La nostra esposizione durante il mercoledì nero doveva essere di quasi 10 miliardi di dollari. Noi avevamo previsto un guadagno maggiore. Infatti, quando Norman Lamont appena prima della svalutazione disse che avrebbe avuto bisogno di un prestito vicino ai 15 miliardi di dollari per difendere la sterlina, fummo contenti poiché era all’incirca la cifra che noi volevamo vendere”.

Il Mercoledì Nero della Lira Italiana 

In quel preciso storico la lira italiana era in una zona rossa, e quindi di forte pericolo. Nelle settimane precedenti al crollo tutte le aste di titoli di stato erano state disertate. Il segno evidente era quello di un’economia in difficoltà, con la Bundesbank che aveva dichiarato, a chiare lettere, che non avrebbe alzato un dito per salvare la valuta italiana. 

Siccome tutti gli investitori si aspettavano, in un modo o nell’altro, un salvataggio, non era scoppiato il panic selling e avevano preferito rimanere ad osservare. Le aspettative vennero a mancare dal momento in cui Soros decise di vendere lire allo scoperto. Il panic selling generato diede vita ad un movimento di ben 48 miliardi in dollari americani. Le aspettative, adesso, erano solo un lontano ricordo e le vendite si erano susseguite senza sosta. 

Anche la Lira si svalutò del 30% e l’Italia fu costretta ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. 

Mercoledì Nero: tutta colpa di Soros?

Sfatiamo un mito: il mercoledì nero non è avvenuto solo ed esclusivamente per azione di Soros. Nella vicenda, anzi, lo speculatore ha avuto un ruolo abbastanza marginale. La sua unica colpa, probabilmente, fu quella di presagire con largo anticipo quello che, prima o dopo, sarebbe accaduto con o senza il suo supporto. 

In un’intervista lo speculatore spiega i motivi che lo hanno spinto a prendere quella posizione ribassista sulla lira. Infatti ha spiegato i motivi a Francesco Spini:

“Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Bundesbank. Si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali. Quella fu una buona speculazione”.

Il mercoledì nero e la Teoria della Banca d’Italia

Nel 1993 la Banca d’Italia ha provato a dare una spiegazione ufficiale a quanto era accaduto. Nella relazione si legge che la Bundesbank era stata costretta ad alzare i tassi di interesse. Questo per due motivi: 

  • l’eccessivo indice di liquidità della Germania (parliamo dell’M3, ossia un aggregato monetario che ha lo scopo di indicare le dinamiche inflative del futuro e che nel 1992 stazionava al 10%) per via della recente riunificazione
  • il cambio alla pari tra quello che era il marco della Germania Est e il marco della Germania Ovest.

Intorno alla metà del 1992 i tassi di interesse avevano raggiunto il 10%. A seguito di queste politiche e ritenendo l’economia tedesca come una delle più forti e stabili del pianeta, gli investitori iniziarono a comprare marchi. Assieme ai marchi gli investitori comprarono anche Bund tedeschi (le obbligazioni federali per intenderci). In Germania iniziarono quindi a confluire dei capitali esteri che, per quanto portarono ad un apprezzamento il marco, indussero a svalutazione tutte le altre valute. 

La questione della Danimarca 

Un altro evento di natura fondamentale sul mercoledì nero sposta la nostra attenzione sulla Danimarca. Nel 1992, infatti, la Danimarca aveva votato contro l’ingresso nell’unione Monetaria Europea. Questo episodio avvenne durante il referendum per la ratifica del Trattato di Maastricht). 

mercoledì nero quando è stato

Le conseguenze furono negative. La tensione si elevò, e di non poco. Da un parte, quindi, i tassi di interesse della Germania che attirarono capitali provenienti da tutto il mondo e da tutta Europa (soprattutto gli stati meno consolidati). Dall’altra parte, invece, la situazione della Danimarca aveva messo in discussione l’unificazione dell’Europa. In quel momento, quindi, gli investitori ragionarono così: se fosse stata messa in discussione l’Unificazione dell’Europa, le economie più deboli ne avrebbero risentito maggiormente e sarebbero, quindi, stati isolati. Ne consegue che:

  • la Germania attirava capitali
  • le economie deboli non ispiravano fiducia. 

Ma chi era lo stato con l’economia più debole del Sistema Monetario Europeo? Proprio l’Italia. Durante gli anni ’80, infatti, il Belpaese aveva accumulato: 

  • un debito pubblico mastodontico.  
  • un deficit pubblico considerevole che appariva essere incomprimibile
  • un differenziale inflattivo in rapporto a tutti gli altri paesi del sistema nell’ordine del 30%

Tutti questi fatti furono la causa di una competitività assai ridotta del Paese. La conseguenza inevitabile fu una fuga di ingenti somme di denaro dall’Italia. E la seconda inevitabile conseguenza fu il crollo della Lira. Si tratta del più grande crollo nella storia della nostra economia. 

Parliamo di Numeri

Nel mese di giugno del 1992 iniziarono una serie di trasferimenti di denaro dall’Italia. Il picco si toccò nel mese di settembre, e più precisamente alla vigilia del crollo della lira. La somma di denaro spostata in conti esteri ammonta a 25.900 miliardi di lire (si tratta di 24 miliardi di dollari secondo quello che era il cambio dell’epoca). 

Soros in tutto questo giocò un ruolo marginale. I capitali Italiani stavano uscendo fuori dal Belpaese, e questo, di certo,  non era colpa sua. La dinamica è la stessa che ha causato il crollo del Pound. Anche in questo contesto, infatti, si parla di differenziale inflattivo accumulato e del forte aumento dei tassi di interesse tedeschi. 

Mercoledì Nero in Inghilterra e in Italia: differenze

In Inghilterra non c’era la crisi di debito. Infatti a seguito del crollo della lira l’Italia andò incontro d una manovra di 90.000 miliardi di lire. Questa sorte, invece, non toccò all’UK che, dopo aver svalutato la sterlina, andò incontro ad un rialzo dei tassi di interesse senza compiere manovre di nessun tipo. 

Mercoledì nero e reazioni a catena. 

  • Il primo stato costretto a svalutare la sua moneta fu proprio la Spagna.
  • Italia e Inghilterra abbandonarono il SME. 
  • La Finlandia svalutò la sua moneta nel settembre del 1992
  • La Svezia fu costretta ad alzare i tassi di interesse al 500% per evitare di svalutare la propria moneta

Bisogna fare un accorgimento su una seconda ondata di speculazioni nel novembre del 1992 che, nonostante tutto, portò ad una repentina svalutazione della peseta spagnola, della corona svedese e dello scudo portoghese. 

Nel mese di maggio del ’93, invece, la peseta andò incontro ad una terza svalutazione, e lo scudo portoghese alla seconda. 

Per quanto la Francia riuscì a non svalutare il Franco tra il ’92 e il ’96 la crescita fu dimezzata rispetto a quella Tedesca (1,2% Francia 2,3% Germania). 

Dopo il mercoledì nero cambia il sistema

Nel 1993, e precisamente nel mese di luglio, le valute europee furono bersaglio di un nuovo attacco speculativo. A quel punto il SME prese una scelta: adottò delle bande di flessibilità nel cambio molto più ampie. L’oscillazione massima consentita era del 2,25%. Da quel momento in poi fu portata al 15%.

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