Legge Fallimentare esplicata, commentata e aggiornata

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Legge Fallimentare aggiornata. Ecco tutto quello che c’è da sapere sulla Legge Fallimentare esplicata per i lettori. Il codice del fallimento è stato aggiornato da alcune recenti modifiche. Quest’articolo è una guida aggiornata sul codice fallimentare con tutte le novità introdotte.

Ecco di cosa si occupa questa guida sul codice fallimento.

La Legge Fallimentare commentata: il fallimento

Come avviene il fallimento? Un’impresa è in crisi quando non è più in grado di stare sul mercato. In genere questo avviene quando i suoi prodotti non sono più competitivi per la qualità o per il prezzo con quelli delle imprese concorrenti.

Un altro motivo può riguardare l’imprenditore, che non ha la capacità o non ha i mezzi finanziari per ristrutturare l’organizzazione produttiva o per riconvertire la produzione. Ulteriore problema può essere l’aggiornamento tecnologico del processo produttivo, in un’era in cui tutto cambia.

La crisi dell’impresa è causa, per molti aspetti, di allarme sociale. Questo perché molti interessi collettivi ne sono minacciati.

Un primo motivo di allarme, quello socialmente avvertito da più antica data, sta nel pregiudizio che la crisi aziendale arreca ai creditori.

  • Un secondo motivo di allarme è la minaccia che la crisi dell’impresa crea per l’occupazione. Tale minaccia diventa tanto più grave quanto maggiore è il numero dei lavoratori. Un terzo, più generale, motivo di allarme è compensativo dei primi due. Questo motivo sta nelle ripercussioni che una crisi di un’impresa può provocare entro il sistema economico. E quindi:
  • uno squilibrio che in esso può determinare
  • crisi aziendali a “catena” che può generare.

Da tempo sono state introdotte procedure dirette a contemperare l’esigenza di proteggere i creditori. In questo modo si scongiura, con il fallimento, la dissoluzione dell’impresa debitrice.

Fino a qualche tempo fa il fallimento era, nella crisi dell’impresa, la regola. L’interesse dei creditori dominava ogni altro interesse collettivo. In questi ultimi anni il rapporto si è rovesciato in quanto il fallimento tende a essere l’estremo rimedio.

In genere ciò riguarda le imprese di medie o grandi dimensioni alle quali si concedono sempre più largamente il concordato preventivo e, prima della sua soppressione, l’amministrazione controllata.

Il presupposto oggettivo del fallimento: l’insolvenza

Al fallimento è sottoposto, per l’articolo 5 della Legge Fallimentare n. 184/1971: “l’imprenditore che si trova in stato di insolvenza”.

L’insolvenza è quello specifico aspetto della crisi aziendale che suscita allarme nei creditori. Il comma 2 dell’articolo 5 ne dà una nozione definendo insolvente il debitore che “non è in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”, precisando che l’insolvenza “si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori”.

È un evento diverso dall’inadempimento, anche se si può manifestare, e normalmente si manifesta, con inadempimenti. Per inadempimenti intendiamo vicende che interessano i singoli rapporti obbligatori e che interessano, perciò, singoli creditori.

L’insolvenza attiene, invece, all’intero patrimonio del debitore ed è, perciò, un evento che interessa tutti i suoi creditori. Ciò fa comprendere il nesso fra l’insolvenza e il fallimento che è una procedura concorsuale. Una procedura concorsuale è esecutiva generale e collettiva: “è generale” in quanto colpisce l’intero patrimonio del debitore e non, come le procedure esecutive singolari che hanno per presupposto il semplice inadempimento, singoli bene del debitore.

È, inoltre, una procedura “collettiva” in quanto è rivolta al soddisfacimento della massa dei creditori. Ciò avviene non soltanto per quei creditori nei confronti dei quali il debitore sia già risultato inadempiente, né soltanto di quelli che abbiano assunto l’iniziativa della procedura esecutiva.

Il presupposto soggettivo: la qualità di imprenditore commerciale.

Il presupposto soggettivo del fallimento è, per gli articoli 2221 c.c. e art 1 l fall, la qualità di imprenditore commerciale del debitore insolvente. Per precisione: deve trattarsi di imprenditore individuale o società commerciale. Sono esclusi, però, gli enti pubblici economici, ma incluse le società per azioni in mano pubblica.

L’esenzione dal fallimento concerne oggi, altresì, la cosiddetta impresa start-up. La legge del 27 gennaio 2012 esclude questa specifica impresa da procedure diverse da quelle previste nel capo II della legge del 2012 n. 3. Ovvero: esclude la start up dai procedimenti di composizione della crisi da sovra-indebitamento e di liquidazione del patrimonio.

Secondo il disposto dell’articolo 1, comma2, della legge fallimentare, così come modificato dal decreto correttivo n. 169/2007, non sono soggetti a disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori commerciali di cui al comma 1 i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

  1. aver avuto nei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  2. aver realizzato, in qualunque modo risulti, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiori ad euro duecentomila;
  3. avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, non superiore ad euro cinquecentomila.

La Cassazione con pronuncia del 28 maggio 2010 n. 13086 ha evidenziato che:

“la suddetta disposizione, privilegiando il criterio quantitativo rispetto a quello per categorie, ha posto termine al dibattito esegetico sulla sopravvenienza in ambito concorsuale della nozione di piccolo imprenditore avendo eliminati qualsiasi spazio di applicabilità al sistema concorsuale di tale ultima figura, attraverso la fissazione di limiti quantitativi entro i quali l’attività dell’imprenditore deve rientrare per essere sottratta al fallimento, nell’ottica della determinazione di un limite relativo all’utilità economica dell’apertura della procedura”.

La dichiarazione del fallimento

Il fallimento è dichiarato, a norma dell’articolo 9, dal tribunale del luogo dove è la sede principale dell’impresa. Il fallimento è dichiarato su iniziativa dello stesso debitore o di uno o più creditori o del pubblico ministero (articolo 6 della legge fall.).

L’iniziativa ad opera di uno o più creditori è l’ipotesi statisticamente più frequente: assumendola il creditore tutela il proprio credito e fa valere la propria pretesa al pagamento. 

L’iniziativa del debitore è una mera facoltà, giustificata dal suo interesse a sottrarsi alla molteplicità, spesso innumerevole, delle azioni esecutive individuali. L’iniziativa, però, può diventare un obbligo penalmente sanzionato quando la mancata richiesta del proprio fallimento aggravi il dissesto. 

Il pubblico ministero può avere, a sua volta, una specifica ragione per richiedere il fallimento. Egli può, infatti, acquisire notizia dello stato di insolvenza in (articolo 7, n. 1), per la denuncia o il rapporto che gli sia fatto di reati commessi dall’imprenditore o da altri.

La procedura di fallimento comporta lo svolgimento di varie e complesse attività allo svolgimento delle quali sono preposti quattro organi: il tribunale fallimentare, il giudice delegato, il curatore e il comitato dei creditori.

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La nuova legge fallimentare

Il testo del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio 2019. Ha l’obiettivo di riformare in modo organico la disciplina delle procedure concorsuali. Si tratta della cosiddetta “Riforma Fallimentare”, il testo del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza D.L. 12 gennaio 2019 n. 14.

Le novità definite dal Decreto Legislativo n. 14 del 12 gennaio 2019 entreranno in vigore il 15 agosto 2020, mentre alcune modifiche del codice civile sono già entrate in vigore passati 30 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Con il decreto “Crisi d’impresa”, l’istituzione della procedura di allerta con l’OCRI (organismo di composizione della crisi) e la conseguente creazione del nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, l’Italia si adegua alle norme di altri paesi europei che cercano di progettare strumenti per anticipare l’emersione della crisi e limitare l’aggravarsi di crisi aziendali.

Uno tra gli scopi della riforma è infatti quello di evitare che il ritardo nel percepire i segnali di crisi possa poi portare ad uno stato di crisi irreversibile. 

 Il Codice si pone due principali finalità:

  • consentire una diagnosi precoce dello stato di difficoltà delle imprese;
  • salvaguardare la capacità imprenditoriale di coloro che vanno incontro al fallimento d’impresa

La riforma prevede le seguenti modifiche alla legge fallimentare:

  • si sostituisce il termine fallimento con l’espressione “liquidazione giudiziale” analogamente a quanto già avviene in altri Paesi europei, come la Francia o la Spagna, al fine di evitare il disvalore sociale e personale che si accompagna al termine “fallito”,
  • vengono privilegiati tra gli strumenti di gestione delle crisi e dell’insolvenza, procedure alternative a quella dell’esecuzione giudiziale,
  • si semplificano le disposizioni in materia concorsuale,
  • viene prevista la riduzione dei tempi e dei costi delle procedure concorsuali;
  • si istituisce presso il Ministero della Giustizia un albo dei soggetti destinati a svolgere su incarico del tribunale funzioni di gestione o di controllo nell’ambito delle procedure concorsuali, con l’indicazione dei requisiti di professionalità esperienza e indipendenza necessari all’iscrizione;
  • si armonizzano le procedure di gestione della crisi e dell’insolvenza del datore di lavoro con forme di tutela dei dipendenti.

Al fine di consentire una pronta emersione dello stato di crisi, l’imprenditore dovrà dottare un assetto organizzativo adeguato ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e dell’assunzione delle idonee iniziative. 

Tutte le imprese dovranno, pertanto, dotarsi di sistemi informativi e di adeguate piattaforme per avere un controllo di gestione dei flussi di cassa.

Saranno necessari: un budget e un piano di impresa. Questi due strumenti permettono di rilevare una strategia per riportare in equilibrio economico, patrimoniale e finanziario la propria azienda. Ciò che ne scaturisce prende il nome di piano di risanamento. Questa modifica inserita nel codice civile è già entrata in vigore.

Legge Fallimentare: novità sull’articolo 378

Altra novità riguarda l’articolo 378 del decreto “Crisi d’impresa” il quale obbliga alla nomina dell’organo di controllo o del revisore, se la società è a responsabilità limitata o cooperativa, quando negli ultimi due esercizi consecutivi precedenti almeno uno dei seguenti tre è superato:

  • totale dell’attivo dello stato patrimoniale è maggiore di 2 milioni di euro,
  • i ricavi delle vendite e delle prestazioni superano i 2 milioni di euro,
  • i dipendenti occupati in media durante l’esercizio superano le 10 unità

In caso di difficoltà dell’impresa, secondo il decreto della Legge Fallimentare, l’imprenditore deve attivarsi, senza indugio, per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.

Lo stato di crisi è definito come lo stato di difficoltà economico-finanziaria. Tale stato rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettati a far fronte alle obbligazioni pianificate. 

Ciò significa che, se l’imprenditore non riesce a riportare in equilibrio l’azienda sia operando da solo, sia ricorrendo a esperti specializzati, vi sono conseguenze. Potrebbe, infatti, scattare la Procedura di Allerta, una procedura volta a trovare un accordo tra i creditori senza che la crisi sfoci in insolvenza.

L’allerta può essere esterna se attivata dall’imprenditore, dal collegio sindacale, dal revisore o dal sindaco. Potrà essere interna se attivata dall’agenzia delle Entrate, dall’Inps o dall’agente della riscossione quando lo scaduto supera certi livelli.

Il compito dell’OCRI

La procedura di composizione della crisi è guidata da un collegio di tre esperti nominati dal cosiddetto OCRI (organismo di composizione della crisi di impresa). Questi sono organismi adibiti a ricevere segnalazione circa fondati indizi di crisi di impresa e gestire situazioni di crisi cercando di risolvere lo squilibrio finanziario.

Al fine di assicurare la rivelazione tempestiva delle situazioni di crisi d’impresa il legislatore ha previsto l’integrazione nel sistema delle misure di allerta.

Tali misure sono segnalate o dall’imprenditore o degli organi di controllo. La segnalazione avviene con un sistema di misure premiali a favore degli imprenditori che, di propria iniziativa, presentano tempestivamente istanza di composizione assistita della crisi all’OCRI. Si può presentare domanda diretta di ammissione ad una delle procedure giudiziali di regolazione della crisi o dell’insolvenza.

I benefici penali in caso di bancarotta

Il testo della riforma prevede, inoltre, benefici penali in caso di bancarotta. Ciò avviene sia per la bancarotta semplice che fraudolenta, ma se l’imprenditore si attiva prontamente a segnalare la crisi d’impresa. Infatti secondo l’articolo 324 della riforma le disposizioni del reato di bancarotta non si applicano alle operazioni compiute in esecuzione di concordato preventivo o altri accordi di ristrutturazione dei debiti. 

In altre parole: l’imprenditore beneficia della causa di non punibilità se presenta tempestivamente l’istanza per accedere alle procedure per scongiurare la crisi. Tale procedura vale solo per danni di piccola entità.

Così stabilendo il legislatore riduce sensibilmente la pressione penale per eventi di modesta entità e rilevanza. Questo avviene sempre nell’ottica di favorire la ripresa dell’attività imprenditoriale.

Il concordato preventivo: i presupposti per l’ammissione dopo la riforma

L’articolo 160 della legge fall. attiene ai presupposti, oggettivi e soggettivi, per l’accesso alla procedura di concordato preventivo. L’articolo illustra il contenuto della proposta, individuando quello possibile e quello necessario, nonché l’ammontare minimo del grado di soddisfacimento dei creditori.

Non tutti gli imprenditori commerciali sono tuttavia ammessi al concordato, in quanto sono esclusi, così come lo sono al fallimento, quelli cosiddetti sotto soglia.

Per essere ammesso al concordato l’imprenditore deve trovarsi in stato di crisi. Non esiste un’esplicita definizione di stato di crisi nella legge fallimentare. La legge si limita a prevedere che: nell’ambito del concetto di stato di crisi è ricompreso anche lo stato di insolvenza.

Lo stato di insolvenza ne costituisce la fase più grave e che, come prevede l’articolo 5, si manifesta con adempimenti o altri fattori esteriori. Questi ultimi devono dimostrare che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

Una definizione dello stato di crisi può comunque ricavarsi dalla L. 19/10/2017, n. 155 di delega al Governo per la riforma delle procedure di crisi di impresa. Essa prevede di introdurre una definizione dello stato di crisi, intesa come “probabilità di futura insolvenza”.

Tal previsione è stata attuata fornendo nella bozza di decreto delegato la definizione secondo la quale è “crisi”:

“lo stato di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”.

Per poter accedere al concordato preventivo l’impresa deve essere in stato di crisi (che nella forma più grave è connotata dall’insolvenza).

Le diverse tipologie di concordato nella Legge Fallimentare

Il concordato con cessione di beni

La forma più comune di piano di concordato prevede la cessione dei beni ai creditori. Questa consiste nella messa a disposizione dei creditori dei beni del debitore. In questo modo, attraverso gli organi della procedura, vengano liquidati e il ricavato distribuito secondo le regole di graduazione.

Cessio Bonurum Codicistica

Meno praticabile, anche se astrattamente possibile attesa la libertà delle forme di perfezionamento del concordato, è la vera e propria cessione dei beni con effetto traslativo della proprietà degli stessi ai creditori in regime di comunione.

Cessione Parziale del patrimonio dell’imprenditore

Secondo parte della dottrina che fa leva sulla modifica della formulazione della norma che non prevede più la “cessione di tutti i beni esistenti nel patrimonio” ma solo la “cessione di beni”, sarebbe possibile la cessione parziale del patrimonio dell’imprenditore.

La tesi non trova unanimi consensi in giurisprudenza. Non convince in quanto: l’esclusione di alcuni beni dalla liquidazione, senza l’utilizzo degli stessi per produrre flussi finanziari da destinare ai creditori grazie alla prosecuzione dell’attività di impresa, costituirebbe violazione dell’articolo 2740 c.c.

L’articolo prevede che tutti i beni dell’imprenditore costituiscano la garanzia dei creditori, che sugli stessi devono poter contare per il loro soddisfacimento.

Assicurazione della percentuale minima

La proposta che può essere rivolta ai creditori, nell’ambito di un concordato il cui piano preveda la cessione dei beni, non è del tutto libera. Ai sensi del comma 4 dell’articolo 160 la proposta deve assicurare il pagamento di almeno il venti per cento dell’ammontare dei crediti chirografari.

In altre parole: secondo l’orientamento giurisprudenziale più seguito il proponente deve assumersi l’obbligo del pagamento almeno della percentuale minima indicata.

Per quanto riguarda la percentuale si è discusso molto. Alla fine si è stabilito che essa debba essere pari al 20% calcolato sull’ammontare complessivo del credito chirografario.

Il concordato in continuità aziendale

Secondo l’articolo 186 bis la continuità aziendale sussiste quando il piano di concordato prevede:

a) la prosecuzione dell’attività di imprese da parte del debitore.
b) la cessione dell’azienda in esercizio.
c) il conferimento dell’azienda in esercizio in una o più società, anche di nuova costituzione.

Il concordato misto

Per concordato misto si intende, attualmente, quello in cui il piano prevede che il soddisfacimento dei creditori avvenga utilizzando in parte i flussi derivanti dall’esercizio dell’attività di impresa e in parte il ricavato della cessione dei beni non funzionali alla continuità. Ciò è espressamente consentito dall’articolo 186 bis. L’articolo aggiunge che:

“il piano può prevedere anche la liquidazione dei beni non funzionali all’esercizio dell’impresa”, intendendosi per tali quelli non funzionali all’attività come eventualmente riprogrammata nel piano.

N.B. IL CONCORDATO PUO’ ASSUMERE FORME DIVERSE A SCELTA DEL PROPONENTE

Interessanti sul punto i seguenti articoli della legge fallimentare:

Dispositivo della Legge fallimentare art 67

Cosa è soggetto all’azione revocatoria?

Sono revocati, salvo che l’altra parte provi che non conosceva lo stato d’insolvenza del debitore:

1) gli atti a titolo oneroso compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre un quarto ciò che a lui è stato dato o promesso;

2) gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con danaro o con altri mezzi normali di pagamento. Questo solo  se compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento;

3) i pegni, le anticresi e le ipoteche volontarie costituiti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento per debiti preesistenti non scaduti;

4) i pegni, le anticresi e le ipoteche giudiziali o volontarie costituiti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento per debiti scaduti.

Sono altresì revocati, se il curatore prova che l’altra parte conosceva lo stato d’insolvenza del debitore:

  • i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili,
  • gli atti a titolo oneroso
  • gli atti costitutivi di un diritto di prelazione per debiti, anche di terzi, contestualmente creati, se compiuti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento.

Cosa non è soggetto all’azione revocatoria?

a) i pagamenti di beni e servizi effettuati nell’esercizio dell’attività d’impresa nei termini d’uso;

b) le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca.

c) le vendite ed i preliminari di vendita trascritti ai sensi dell’articolo 2645 bis del codice civile. Gli effetti non devono però essere cessati, ai sensi del comma terzo della suddetta disposizione, conclusi a giusto prezzo ed aventi ad oggetto immobili ad uso abitativo, destinati a costituire l’abitazione principale dell’acquirente o di suoi parenti e affini entro il terzo grado, ovvero immobili ad uso non abitativo destinati a costituire la sede principale dell’attività d’impresa dell’acquirente, purché alla data di dichiarazione di fallimento tale attività sia effettivamente esercitata ovvero siano stati compiuti investimenti per darvi inizio;

d) gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria.

Caratteristiche del professionista indipendente designato dal debitore

Un professionista indipendente designato dal debitore deve attestare la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano. Tale professionista deve essere iscritto nel registro dei revisori legali ed in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 28, lettere a) e b)

Il professionista è indipendente quando non è legato all’impresa e a coloro che hanno interesse all’operazione di risanamento. Non devono esistere rapporti di natura personale o professionale tali da comprometterne l’indipendenza di giudizio.

In ogni caso: il professionista deve essere in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 2399 del codice civile. Egli non deve, neanche per il tramite di soggetti con i quali è unito in associazione professionale, avere prestato negli ultimi cinque anni attività di lavoro subordinato o autonomo in favore del debitore. Ovvero: partecipato agli organi di amministrazione o di controllo. Il piano può essere pubblicato nel registro delle imprese su richiesta del debitore;

e) gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in esecuzione del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata, nonché dell’accordo omologato ai sensi dell’articolo 182 bis, nonché gli atti, i pagamenti e le garanzie legalmente posti in essere dopo il deposito del ricorso di cui all’articolo 161;

f) i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate da dipendenti ed altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;

g) i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili eseguiti alla scadenza per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali di amministrazione controllata e (12) di concordato preventivo.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano all’istituto di emissione, alle operazioni di credito su pegno e di credito fondiario; sono salve le disposizioni delle leggi speciali.

Dispositivo dell’art. 15 Legge fallimentare

Il procedimento per la dichiarazione di fallimento si svolge dinanzi al tribunale in composizione collegiale con le modalità dei procedimenti in camera di consiglio.

Il tribunale convoca, con decreto apposto in calce al ricorso, il debitore ed i creditori istanti per il fallimento. Nel procedimento interviene il pubblico ministero che ha assunto l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento.

Il decreto di convocazione è sottoscritto dal presidente del tribunale o dal giudice relatore se vi è delega alla trattazione del procedimento ai sensi del sesto comma.

Il ricorso e il decreto devono essere notificati, a cura della cancelleria, all’indirizzo di posta elettronica certificata del debitore risultante dal registro delle imprese. Si tratta dell’Indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata delle imprese e dei professionisti. L’esito della comunicazione è trasmesso, con modalità automatica, all’indirizzo di posta elettronica certificata del ricorrente.

Notifica e prima udienza

Quando, per qualsiasi ragione, la notificazione non risulta possibile o non ha esito positivo, la notifica, a cura del ricorrente, del ricorso e del decreto si esegue esclusivamente di persona a norma dellarticolo 107, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 15 dicembre 1959, n. 1229, presso la sede risultante dal registro delle imprese.

Quando la notificazione non può essere compiuta con queste modalità si agisce diversamente. Si esegue, dunque, il deposito dell’atto nella casa comunale della sede che risulta iscritta nel registro delle imprese.

Essa si perfeziona nel momento del deposito stesso. L’udienza è fissata non oltre quarantacinque giorni dal deposito del ricorso. Tra la data della comunicazione o notificazione e quella dell’udienza deve intercorrere un termine non inferiore a quindici giorni (3).

Il decreto contiene l’indicazione che il procedimento è volto all’accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento. Esso fissa un termine non inferiore a sette giorni prima dell’udienza per la presentazione di memorie e il deposito di documenti e relazioni tecniche.

In ogni caso: il tribunale dispone che l’imprenditore depositi i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, nonché una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata. Può richiedere eventuali informazioni urgenti.

I termini di cui al terzo e quarto comma possono essere abbreviati dal presidente del tribunale, con decreto motivato, se ricorrono particolari ragioni di urgenza.

In tali casi, il presidente del tribunale può disporre che il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza siano portati a conoscenza delle parti. Questo deve avvenire con ogni mezzo idoneo. È omessa ogni formalità non indispensabile alla conoscibilità degli stessi.

Il tribunale può delegare al giudice relatore l’audizione delle parti. In tal caso, il giudice delegato provvede all’ammissione ed all’espletamento dei mezzi istruttori richiesti dalle parti o disposti d’ufficio.

Le parti possono nominare consulenti tecnici.

Il tribunale, ad istanza di parte, può emettere i provvedimenti cautelari o conservativi a tutela del patrimonio o dell’impresa oggetto del provvedimento. Tali provvedimenti hanno efficacia limitata alla durata del procedimento. Vengono, quindi, confermati o revocati dalla sentenza che dichiara il fallimento, quindi con il decreto che rigetta l’istanza.

Dispositivo dell’art. 1 Legge fallimentare

Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma. Tali imprenditori devono dimostrare il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi (8) per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, non superiore ad euro cinquecentomila.

I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni.

L’aggiornamento deve avvenire per mano del Ministro della Giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.

Leggi anche: Uscire dalla crisi: vediamo le possibili soluzioni

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