Italexit: e se l’Italia lascia l’Euro per tornare alla Lira?

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Cosa vuol dire Italexit?

In poche parole: l’Italia esce dall’Unione Europea, dall’€uro e torna alla Lira. 

Bisogna porsi due domande:

  • Questa prospettiva è possibile?
  • L’Uscita dell’Italia dall’Europa è realizzabile?

In questo articolo ho voluto immaginare cosa accadrebbe, a livello economico, se l’Italia abbandonasse l’Unione Europea. Così facendo si innescherebbe l’Italexit, e con essa l’uscita dell’Italia dall’Euro System con il ritorno alla Lira.

Fatto questo ci si ritroverebbe dinnanzi ad uno scenario senza precedenti.

Ora bisogna chiedersi se l’Italexit è:

  • l’ultima ancora di salvezza per gli Italiani
  • Il colpo di grazia alla nostra economia

Sono in molti, allo stato attuale, ad interrogarsi su quali potrebbero essere le conseguenze se mai l Italia tornerà alla lira. In questo articolo ci occuperemo di capire cosa dicono gli studi e gli economisti ora che, a causa del CoronavirusItalexit è tornata ad essere molto cliccata sui motori di ricerca. 

Italexit: l’Italia esce dall’euro

L’uscita dall’euro, per molti, è una disfatta annunciata: la fine del Belpaese. Per altri, invece, sarebbe il principio di una Nuova Primavera per il nostro Stato e la collettività.

Il tutto secondo l’idea di uscire, innanzitutto, dall’unione monetaria che, secondo alcuni studi, all’Italia ha portato molti svantaggi e pochi vantaggi.

Se l’Italia tornasse alla lira quali sono gli scenari che si verrebbero a creare, a seguito di uno strappo netto e convinto che le politiche di integrazione dell’unione monetaria?

Ad occuparsi di questo problema ci ha pensato Tortuga, come riferisce il Sole24Ore. Si tratta di un gruppo di studio creato in seno all’università della Bocconi già a partire dal 2015, in pieno clima Brexit.

Il gruppo ha avuto e ha il compito di occuparsi di quelli che potrebbero essere i possibili impatti sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. I giovani hanno già condotto e presentato un’indagine intitolata  «Scenari di un’Italia senza Euro: Il post-Italexit». 

Ovviamente per immaginare uno scenario del genere, con l Italia fuori dall’euro, è necessario immaginare e concentrarsi sugli effetti di un atto epocale di questo genere. In particolare: è opportuno concentrarsi su quelli che sono gli scenari che potrebbero venirsi a creare nel medio o lungo periodo.

Hard Italexit o Soft Italexit? 

Anche nel caso dell’Italia si verrebbero a presentare due possibili scenari:

Hard Italexit, ovvero un’uscita dell’Italia dall’unione monetaria senza nessun accordo commerciale con l’Europa 

Soft Italexit, ovvero un’uscita ponderata alla quale seguono tutti i trattati e concordati del caso come sta accadendo nel Regno Unito. 

Cerchiamo di capire, ora, quale potrebbe essere l’impatto di una Italexit in base a tutta una serie di fattori che sono stati considerati da illustri economisti e studiosi. 

italexit cos'è

Italexit e la svalutazione competitiva della lira: il rischio di flop

La prima domanda che bisogna porsi è: quali sarebbero gli effetti dell’Italexit per ciò che riguarda la Bilancia Commerciale? Chi è contrario alla moneta unica, e quindi auspica un ritorno alla Lira, riprende sempre il concetto della svalutazione competitiva col ritorno alla vecchia moneta.

Si chiama svalutazione competitiva proprio perché il poco valore che avrebbe comporterebbe dei vantaggi non indifferenti a livello competitivo. Tecnicamente parlando: quando una valuta perde il suo valore arbitrario, i prodotti italiani diventano molto più competitivi e convenienti.

Questo sia all’interno del territorio che all’estero. Ovviamente in quest’ottica i prodotti italiani diventerebbero molto più economici, scoraggiando, quindi, l’acquisto di prodotti esteri che, in quel caso, essendo prezzati in euro, sarebbero vittima dell’effetto opposto. 

L’economia ai tempi dell’Italexit

Questo scenario porterebbe ad un aumento repentino della domanda. Si parla pur sempre di teoria, come ci ricordano studiosi ed economisti. Questo perché ci si riferisce ad un’equazione di difficile attuazione in quanto andrebbe a regolare uno scenario senza precedenti. Infatti il concetto di svalutazione competitiva poteva avere senso in quella società antecedente alla globalizzazione e al concetto di mercato unico.

Inoltre bisognerebbe riferirsi solo ed esclusivamente ai beni finiti, in uno scenario come quello attuale, dove l’economia è totalmente adeguata alla globalizzazione.

Il Global Value Chains

Il modello che attualmente domina incontrastato la scena dell’economia globale è detto Global Value Chains. 

Di che cosa si tratta? Stiamo parlando di un’economia incentrata sulla creazione e produzione di beni intermedi. Questi beni vengono prodotti in vari luoghi del mondo: in genere dove il prezzo risulta essere più conveniente.

Per fare solo alcuni esempi:

  • la macchina burocratica e le tasse sono molto basse nell’Est Europa
  • la manodopera in Cina e nei paesi asiatici costa meno che in Italia 

Ma cosa accadrebbe con un eventuale ritorno alla lira? Come abbiamo detto si tratterebbe di una moneta parecchio svalutata. In questo caso, a causa del basso prezzo del costo del denaro, ad aumentare sarebbe la domanda del bene finito. Il problema subentra nell’approvvigionamento all’estero di tutte le componenti ce servono per creare un bene finito. 

Questo significa che tenere basso il prezzo di un bene per aumentare il vantaggio competitivo, comporterebbe, in automatico, il dover mantenere i prezzi bloccati di tutte le componenti utili a creare il prodotto finito col marchio Made in Italy… e questo non è un percorso di facile attuazione. Questo perché le aziende del Made in Italy puro, ormai, sono veramente poche.

Molte tendono ad reperire componenti all’estero, e in particolare in Cina.

In un contesto del genere, poi, andrebbero calcolati obbligatoriamente gli eventuali dazi che gli altri paesi metterebbero nei confronti dell’Italia. In particolare mi riferisco ai dazi su tutti i prodotti che vengono esportati. Così facendo, nonostante si possa godere dei benefici della svalutazione di una nuova lira, ogni risparmio in tal senso sarebbe vanificato dai dazi stessi. 

Aumento del lavoro? Non dipende dalla lira o dall’euro

Molto spesso chi sposa le battaglie contro l’euro solleva sempre un problema cardine che, ovviamente, riguarda il lavoro. Il lavoro è una tematica assai ricorrente, specie durante le campagne elettorali. In genere chi è contro l’euro e contro l’Unione Europea tende sempre ad affermare, in maniera convinta, che basta la sovranità monetaria per perseguire un implemento dei posti di lavoro, puntando alla piena occupazione.

Per piena occupazione si intende un mercato del lavoro con disoccupazione tendente allo zero. 

In parte questo concetto trova fondamento dal potenziale aumento della domanda.

Quindi: se uscendo dall’unione io adotto una valuta debole, e dunque competitiva, mi aspetto che gli altri stati aumentino anche la domanda dei miei prodotti. Per questo motivo, infatti, si potrebbe puntare alla piena occupazione.

Come funziona?

Questo perché maggiore è la domanda e maggiore sarà l’implemento dell’occupazione.

Ovviamente per quanto sembri tutto bellissimo è scientificamente provato ormai che le cose non stiano esattamente così. 

Basta guardare all’esempio del Regno Unito dove l’ancora attuale spauracchio di una possibile uscita dall’Unione senza un accordo (hard Brexit) spaventa in maniera forte i mercati, gli investitori e i cittadini. Il tutto è relativo e dipende da eventuali accordi che vengono redatti in una seconda fase. 

Ora: immaginare l’uscita dall’euro (Italexit) secondo questi principi, non è una cosa saggia. In passato degli altri stati, come l’Australia o la Svezia, sono andati incontro ad una svalutazione corposa della propria moneta. Ora in una situazione e in un contesto del genere si può andare a fare un paragone guardando i livelli di disoccupazione in funzione di ciò che è accaduto negli altri stati al verificarsi delle stesse condizioni.

Quel che emerge è che nonostante la svalutazione, l’aumento dei posti di lavoro è stato molto lieve. In alcuni casi, invece, si nota addirittura un aumento della disoccupazione. L’aumento progressivo della domanda può portare, in un primo momento, alla diminuzione della disoccupazione. 

In particolare: i settori più stimolati sarebbero proprio quelli relativi ai settori dell’innovazione.

Il problema è che un aumento delle esportazioni porta, in automatico, nel corso del tempo, un aumento dei prezzi. In questo modo i vantaggi di un export massiccio sarebbero assorbiti dall’aumento dell’inflazione.

Ovviamente in uno stato uscito da una unione monetaria, come nel caso di un’ipotetica Italexit, potrebbe verificarsi una crisi delle banche e della nuova valuta. In quel caso non ci sarebbe più a chi appellarsi, e lo stato Italiano dovrebbe agire da solo. Ovviamente con un calo del Prodotto Interno Lordo i livelli di occupazione dovrebbero tendere a diminuire. 

Italexit: I conti pubblici con il ritorno lira

Parlare di questo argomento non è di certo facile, né tantomeno scontato. Cercheremo di farlo con termini semplici. L’uscita dall euro porterebbe l’Italia in un vero e proprio salto nel buio. In buona sostanza: una volta dentro, uscirne diventa seriamente molto complesso. Le casse dello stato andrebbero incontro a qualcosa di mai sperimentato. In buona sostanza, si tratterebbe di un vero e proprio “balzo nel vuoto”.  

L’Italia fuori dall’euro con l’Italexit, assieme alla svalutazione della nuova Lira, creerebbe dei problemi ai creditori. A chi, difatti, detiene obbligazioni e titoli di stato nel proprio portafoglio. Questo perché il denaro avanzato dovrebbe essere restituito con una moneta di valore inferiore. 

Italia torna alla Lira: gli svantaggi per gli investitori esteri

Questo significa che chi ha comprato o ha intenzione di comprare dei titoli di stato si ritroverebbe svantaggiato per almeno due motivi:

  • gli investitori guarderebbero a distanza la possibilità di comprare BTP
  • gli interessi a copertura potrebbero aumentare per far fronte ad un eventuale rischio 

Da sempre, se si guarda ai corsi e ai ricorsi storici, quando una valuta viene svalutata eccessivamente, bisogna andare incontro ad un aumento dei prezzi. Nel caso di un’Italexit gli esperti sostengono che si potrebbe addirittura sfiorare un 8%. Un’inflazione di questo stampo andrebbe a colpire tutti i risparmi e il patrimonio degli Italiani, che si ritroverebbero a pagare una tassa indiretta sui loro averi. 

Come se non bastasse: lo stato centrale dovrà continuare a scambiare lira in euro con l’intento di onorare le scadenze con i propri creditori che non accetterebbero di vedersi restituiti i propri soldi con una valuta molto più svalutata rispetto all’euro stesso. Tali dinamiche potrebbero portare il debito pubblico vicino a una soglia del 145%.

Lo scetticismo contro i prestiti in Italia andrebbe ad aumentare ancora di più. In una situazione del genere non sarebbe strano andare incontro a una decrescita esponenziale, con una forte riduzione degli investimenti. 

Austerity e Welfare 

Con l’Italexit, e quindi l’italia fuori dall’euro, il nostro stato non sarebbe più legato a tutti i vincoli che Bruxelles impone. Per questo motivo si potrebbe, con molta più facilità, incrementare la spesa sociale. Difatti allo stato attuale lo si sta facendo per l’emergenza Coronavirus. Ma come sarebbe un’Italia fuori dall’unione monetaria, con la svalutazione lira e in rapporto a tutti gli altri stati euro?

Il discorso è molto complesso e articolato. Il paradosso principale è questo: Bruxelles ci chiede sacrifici con dei vincoli di bilancio. Lo scopo principale dei vincoli di bilancio è quello di contenere la spesa. Contenendo la spesa diventa complesso investire per il proprio paese.

Il problema delle obbligazioni

Con L’Italexit questo non esisterebbe più e lo stato Italiano potrebbe spendere per la crescita e per investire. Ma qual è l’altra faccia della medaglia? Molto semplicemente per sostentarsi l’Italia dovrebbe affidarsi agli investitori internazionali.

Il governo, quindi, potrebbe ritrovarsi costretto ad attuare le stesse identiche misure che l’Unione Europea attualmente ci pone per soddisfare le richiese e i requisiti dettati dal mercato internazionale. 

Qualora questo non accadesse i mercati avrebbero serie difficoltà per poter rifinanziare il debito. In questo caso verrebbero aumentati i tassi di interesse e il valore stesso delle obbligazioni sarebbe eroso. 

Con un aumento dei tassi di interesse i problemi che si verrebbero a porre, con un’Italexit, sono due: 

  1. Il servizio di debito, con un aumento dei tassi di interesse, avrebbe una spesa in più
  2. La perdita di valore dell’obbligazione metterebbe in serie difficoltà le banche, che detengono all’interno del loro portafoglio di investimento molti BTP. 

Le ripercussioni sui cittadini 

Chiaramente scrivendo una pagina di storia di questa portata, ci sarebbero tutta una serie di importanti ripercussioni per i cittadini Italiani. Gli studiosi sono concordi nell’ipotizzare un aumento della diseguaglianza sociale nel caso di Italexit.

La ragione è squisitamente economica e sarebbe sempre collegata ad una lira svalutata e competitiva. In questo caso quella che viene definita come spirale inflazionistica, come conseguenza di una svalutazione della lira, porterebbe alcune fasce della società ad avere non pochi problemi. 

Primi tra tutti: 

  • i dipendenti 
  • i pensionati
  • chi vive di lavoro autonomo 
  • i redditi da capitale.

Per questo motivo a risentirne particolarmente sarebbero le fasce meno abbienti della società. Infatti queste ultime sono le più svantaggiate nella creazione di uno scudo di difesa per l’inflazione. 

Ma allora: un’eventuale lira svalutata e competitiva, a chi giova?

Ovviamente, come abbiamo visto, una lira svalutata avrebbe certamente un grande vantaggio competitivo. C’è da dire, però, che nel caso di Italexit si andrebbe ad aumentare il divario tra Nord e Sud. Infatti se si osservano tutti i dati relativi alle esportazioni in Italia, il 90% partono proprio dal nord.

Una nuova e più grave questione meridionale

In questo modo il divario tra il Sud e il Nord andrebbe ad incrementarsi ancora di più. Nelle regioni del Nord e del Centro hanno sede le aziende che, è provato, esportano quasi il 90% dei beni finiti.

Il meridione, invece, che detiene solo il 10% delle esportazioni Italiane, influirebbe solo per quella percentuale sui mercati finanziari. Siamo sicuri di essere pronti a questo? Soprattuto con una classe politica abbastanza lontana dallo spirito di progettualità e sviluppo?

Leggi anche >>> Brexit cosa cambia per i viaggiatori e le regole da seguire

italia fuori dall'euro

Italexit: l’Italia può lasciare l’Unione Europea?

La risposta è nella Costituzione Italiana

E’ possibile per l’Italia lasciare l’Unione Europea?

A differenza della Brexit, sulla quale ho avuto modo di esprimermi, sull’Italexit cercherò di essere più breve e incisivo rimanendo bene aperto ad eventuali contestazioni e osservazioni.

Cosa dicono gli esperti?

Il pregiato e autorevole Observatoire français des conjonctures économiques (OFCE), affiliato alla Fondation nationale des sciences politiques, ha espresso delle considerazioni più che positive sulle eventuali conseguenze dell’Italexit: la “crisi italiana potrebbe essere molto limitata e presto recuperabile”.

In caso quindi dell’avanzamento di movimenti antieuropeisti in Francia, Germania, Olanda o Italia, il ritorno alla nostra vecchia moneta non comporterebbe una caduta insostenibile. Il prestigioso istituto sostiene che “la nuova lira potrebbe assestarsi a un livello di svalutazione pari solo al 13% rispetto al marco tedesco.”

Fino a qui tutto sembra essere perfetto.

L’Italexit sarebbe quindi a impatto zero, o comunque molto contenuto.

Non voglio contraddirli, però …

Ora io non intendo affatto smentire o contraddire la prestigiosa Fondation nationale des sciences politiques, ma vorrei azzardare qualche piccola considerazione. Questa affermazione sarebbe valida nel caso in cui il sistema EURO si disgregasse per forze di causa maggiore.

L’Italexit sarebbe dunque un processo forzato, in virtù del fatto che con il crollo del sistema scomparirebbe l’euro come moneta unica e si tornerebbe alle vecchie valute. Non si tratta dunque della singola uscita dell’Italia dall’Europa che, per legge, non può avvenire.

Ma da qui a dire che l’Italia può abbandonare l’unione europea come il Regno Unito, c’è di mezzo il Gran Kenyon.

L’art. 75 della Costituzione Italiana

La nostra benamata costituzione, infatti, riporta all’art. 75:

“E’ indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali“.

Il nostro percorso nell’Unione Europea è frutto di numerosi trattati internazionali. Questo è il motivo per cui l’articolo 75 vieta ai cittadini italiani anche di indire una consultazione elettorale su questa tematica.

Cosa dice la BCE?

L’allora governatore della Banca Centrale Europea, Mr. Mario Draghi, ha spiegato tutte le dinamiche da seguire nel caso in cui un paese lasci l’euro.

In sostanza la sua nuova banca centrale (nel caso specifico la Banca d’Italia) deve prima pagare tutti i debiti con la stessa BCE:

“If a country were to leave the Eurosystem, its national central bank’s claims on or liabilities to the ECB would need to be settled in full.”

Le riserve auree

È anche giusto riferire che l’Italia potrebbe far leva sulle sue riserve auree. Infatti possediamo 2450 tonnellate di oro zecchino all’interno dei nostri caveau. L’Italia è il terzo stato nella classifica tra quelli con più riserve auree, seconda solo a Stati Uniti e Germania. Questa cosa potrebbe giovare? Certo, ma non a queste condizioni.

Per questo motivo per me l’idea vincente è quella di vincere in Europa. Di puntare a diventare lo stato più attivo, più produttivo e aperto che ci sia. Solo così si potrà immaginare un’Italia diversa.

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