Crisi 2008, i mutui subprime e la bancarotta di Lehman

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crisi 2008
crisi 2008

La crisi 2008, iniziata effettivamente nel 2007, può essere rapportata sotto molteplici aspetti a quella del 1929, anche se presenta elementi di forte originalità. Per approfondire vai a confronto tra crisi economiche.

Pur se difficile individuarne con precisione il “punto zero”, la data che ne costituisce il simbolo, come lo è per la Grande Depressione il 24 ottobre “giovedì nero” del crollo della Borsa di Wall Street, è il 15 settembre 2008. Leggi anche crisi del 29.

In quel fatidico giorno, infatti, la Lehman Brothers, una delle più prestigiose banche di investimento degli Stati Uniti, dichiarò bancarotta, seminando il panico sui mercati finanziari dell’intero pianeta, dando origine alla Grande Recessione, così ribattezzata dall’economista Nouriel Roubini.

Come quasi tutte le grandi crisi economiche, essa prese avvio da una gigantesca ondata speculativa, cioè dall’improvvisa contrazione del mercato, che per qualche motivo, aveva promesso guadagni facili e sicuri. Per saperne di più vai a crisi economica.

L’espansione dei mutui subprime e l’euforia del mattone

I presupposti della crisi 2008 risalgono al 2003, quando iniziarono ad aumentare in modo significativo i cosiddetti mutui subprime (cioè mutui concessi con estrema facilità a soggetti con elevato rischio di morosità) stimolati dalla bolla immobiliare e dai bassi tassi d’interesse della Federal Reserve in risposta alla crisi della “bolla internet” del 2000 e all’attacco dell’11 settembre 2001.

Bolla immobiliare (indice Case-Shiller)

Le banche erano ben disposte ad assumersi tali rischi, in quanto il continuo aumento dei prezzi delle case, prodotta dall’euforia del mattone, rendeva queste operazioni molto proficue e poco rischiose.

Oltre al poter entrare in possesso delle abitazioni in caso di mancato pagamento e di poterle rivendere in tal modo ad un prezzo maggiore, avevano addirittura trovato il modo di eliminare il rischio ad essi collegato distribuendolo sul mercato.

Il risultato di suddette manovre comportò però un vertiginoso indebitamento delle famiglie e degli investitori.

Dai mutui subprime alle operazioni di cartolarizzazione

La formula magica di questa distribuzione del rischio fu la cartolarizzazione, ossia la possibilità per gli istituti creditizi di trasferire tali subprime, dopo averli “trasformati” in titoli, ad altri investitori privati o istituzionali (le cosiddette società veicolo) e di recuperare anticipatamente buona parte di tale credito.

In questo modo, “impacchettando” i titoli in forme sempre più articolate (Mortage-Backed-Securities “titoli garantiti da ipoteche” nella pratica finanziaria americana sono titoli emessi da un intermediario specializzato a fronte di un “pacchetto” di mutui ipotecari di cui egli si è reso cessionario dal mutuante), banche e istituti finanziari poterono, apparentemente, liberarsi del rischio legato a questi ultimi e rientrare in possesso di una liquidità tale da permetterne un’ulteriore emissione.

L’impacchettamento si intrecciò a sua volta con gli strumenti finanziari di copertura del credito (CDS) rendendo estremamente difficile valutarne l’effettivo rischio.

(il Credit default swap è uno scambio di flussi di cassa tra due controparti, in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria, con la funzione di trasferire il rischio di credito.
Esso è più comunemente classificato come strumento di copertura.
Se un investitore (A), che vanta un credito nei confronti della controparte debitrice (B), vuole proteggersi dal rischio che quest’ultima fallisca e che il credito perda valore o diventi inesigibile, può rivolgersi ad una terza parte (C) disposta ad accollarsi tale rischio.
La controparte (C) insomma agisce come “assicurazione” che nel gergo finanziario è definito protect seller ovvero venditore di protezione. La parte (A) si impegna quindi a versare a (C) un importo periodico (il prezzo della copertura); nel caso il debitore (B) diventi insolvente, (C) si impegnerà a rimborsare il valore nominale del credito ad (A).
L’accordo contrattuale tra (A) e (C) sul titolo sottostante (B) è definito proprio credit default swap)

Di conseguenza, tantissimi Asset finanziari teoricamente sicuri, che avevano ottenuto una tripla A dalle agenzie di rating “Standard & Poor’s” o da “Moody’s”, divennero “tossici”, pesando molto meno del loro valore nominale.

Il modello “originate and distribute”

Attraverso la cartolarizzazione le banche, passarono dal classico modello “originate and hold” al nuovo modello “originate and distribute” potendo inoltre espandere le attività in rapporto al capitale proprio (leverage).

Chiaramente un elevato grado di leva finanziaria seppur comportava la possibilità di generare enormi profitti, elevava altresì il rischio di ingenti perdite.

L’incredibile aumento di tali titoli fu resa possibile anche da altri fattori come l’abbattimento delle barriere di separazione tra le banche commerciali e quelle di investimento, rendendone così possibile la fusione.

I questo modo sorsero enormi holding finanziarie “too big, too fail” troppo grandi per poter fallire, le quali potevano esporre i depositi dei risparmiatori ai rischi del gioco della finanza; il tutto, sullo sfondo dello sviluppo del “sistema bancario ombra”.

Tali istituti finanziari, anche se privi della regolamentazione e delle garanzie delle banche convenzionali, ne vantavano il medesimo funzionamento, tanto che, potendo offrire a condizioni migliori, entrarono in concorrenza con le prime, inondando il mercato di titoli ad alto rischio.

Nessuno però si rese conto dei gravi danni legati a tale processo, il cui rischio era stato ampiamente sottovalutato dalle agenzie di rating, finché la bolla immobiliare non scoppiò e sfociò nella crisi 2008. Per approfondire vai a bolla speculativa.

Da una crisi di fiducia ad una crisi di liquidità

Dal 2004 in poi, in risposta alla ripresa economica statunitense, la FED iniziò ad alzare i tassi d’interesse rendendo i mutui sempre meno vantaggiosi e più difficili da ripagare.

Iniziò così una vera e propria ondata di pignoramenti.

La contrazione di tale mercato, finì a sua volta per far crollare il valore dei titoli cartolarizzati e intaccare gli istituti finanziari che sperimentarono un forte aumento dei tassi ed una riduzione della concessione di crediti, sfociando da una crisi di fiducia in una crisi di liquidità.

Le banche subirono pesanti perdite non solo per l’esposizione verso le società-veicolo, che date le circostanze, continuavano a richiedere fondi, ma anche per il diretto possesso dei titoli strutturali per motivi di investimento.

Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac

L’inizio di settembre del 2008 vide crescere nei mercati finanziari le aspettative di un deterioramento congiunturale diffuso.

Le attese che la sognata stabilizzazione dei prezzi delle abitazioni fosse tardata e la constatazione che l’attività di cartolarizzazione stesse generando enormi squilibri, accrebbero le aspettative di perdita per Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie statunitensi di emanazione governativa per il credito immobiliare.

Al fine di evitarne il fallimento e contemporaneamente sostenere il mercato immobiliare, la Federal Reserve, in collaborazione con l’autorità di vigilanza e il dipartimento del Tesoro pose tali società in regime di amministrazione controllata, ottenendo inoltre anche l’autorizzazione a farsi garante di tutte le passività, in modo da tutelare gli investitori.

Tale “salvataggio” però fornì solamente un sollievo temporaneo, in quanto la spirale della crisi di liquidità, mise in ginocchio alcuni tra i più grandi imperi finanziari.

Il 15 settembre, difatti, la Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’investimento, dichiarò bancarotta, alimentando un’ondata di panico su scala mondiale.

Cosa accadde alla Lehman Brothers?

Data l’importanza di tale istituto finanziario, la cui peripezia è ormai “simbolo” della crisi 2008, è opportuno, nonché doveroso soffermarsi su alcuni retroscena.

Come riportato in un articolo su La Repubblica, il 12 settembre 2008, quando i vertici delle più importanti banche commerciali e di investimento degli Stati Uniti si riunirono negli uffici della Federal Reserve a Wall Street per valutare la situazione di Lehman e tentare di trovare una soluzione per salvarla, non riuscirono a comprendere se la banca d’affari fosse solvente o meno.

Solo due giorni prima, Lehman aveva comunicato al mercato che il suo capitale alla fine di agosto era di 28 miliardi di dollari, anche se nei nove mesi precedenti aveva perdite per 6 miliardi (colmate attraverso un aumento di capitale di ben 10 miliardi).

Nessuno, però, si era rassicurato dai numeri riportati sui libri contabili, tanto che un dirigente della Fed dichiarò che il capitale iscritto a bilancio non era così rilevante dal momento che si stava subendo una fuga di massa.

Alla Lehman stava succedendo proprio questo, era in atto una fuga che l’avrebbe lasciata senza liquidità e finanziamenti, che in realtà era già iniziata qualche mese prima, il 12 giugno 2008 quando pubblicò i risultati del secondo trimestre, chiuso in perdita di 2,8 miliardi di dollari.

Vedendo tali numeri, e dopo gli accadimenti avvenuti pochi mesi prima ad un’altra banca d’affari (la Bear Stearns), alcuni grandi partner decisero di ridurre la propria esposizione nei confronti della banca.

Durante la sopraccitata riunione di settembre presso la Fed, tre giorni prima del crac, tutti i banchieri ormai consapevoli delle vicende che influenzavano i mercati, nonostante i pareri discordi sulla solvibilità di Lehman, rimasero convinti che gli asset immobiliari non valevano i 54 miliardi di dollari iscritti a bilancio.

Al contrario, l’amministratore delegato, continuò ad affermare davanti alla Commissione che la banca era solvente, e che tale situazione era causata solamente da una crisi di fiducia.

Con il venir meno dei finanziatori, la sopravvivenza era ormai a rischio non potendo più contrarre nuovi debiti per pagare quelli in scadenza.

Pertanto, come affermato dai massimi esponenti dell’economia e della finanza statunitense, la banca non solo era a corto di liquidità ma il buco in bilancio che si ritrovava, non le predisponeva ad essere salvata in alcun modo.

La crisi dei subprime intacca l’economia reale

Il crollo di Lehman Brothers (sinonimo della crisi 2008) provocò uno shock di enormi proporzioni in tutto il sistema finanziario globale poiché molti fondi di mercato monetario possedevano dei titoli emessi dalla banca statunitense che ben presto divennero “carta straccia”.

In breve tempo, la crisi dei mutui subprime si trasferì all’economia reale statunitense ed europea provocando una contrazione del reddito e dell’occupazione. Successivamente la restrizione del credito bancario a famiglie e imprese, il crollo dei mercati azionari e dei prezzi delle case e il progressivo restringimento dei consumi e degli investimenti. Per approfondire vai a crisi del debito sovrano e crisi economica italiana.

Il piano di salvataggio da 7700 miliardi (TARP)

Tale caos sortì come risposta una mobilitazione di interventi statali senza precedenti nella storia del capitalismo.

Uno dei provvedimenti più importanti in risposta alla crisi 2008 indubbiamente risale al 3 ottobre dello stesso anno, allorquando il Congresso degli Stati Uniti approvò definitivamente il Tarp (Troubled asset relief program), ossia un piano di salvataggio messo a punto dall’allora segretario di Stato al Tesoro (H. Paulson) e dal presidente della Federal Reserve (B. Bernanke), al fine di soccorrere gli istituti di credito e il sistema finanziario.

Suddetto programma, articolato in una molteplicità di fasi, comportò sia operazioni di nazionalizzazione, sia operazioni di acquisto da parte del Tesoro degli asset “tossici”, posseduti dagli istituti di credito, in cambio di partecipazioni sotto forma di azioni privilegiate.

Il piano di intervento, che all’inizio prevedeva una soglia massima di 700 miliardi di dollari, complessivamente ammontò a 7700 miliardi che vennero immessi sul mercato a sostegno delle banche non solo americane, ma anche europee. Per conoscere ulteriori politiche di risanamento effettuate durante le crisi del 1929 e la crisi 2008 vai a uscire dalla crisi.

Il paese, tuttavia, rimase prigioniero di una pesante stretta creditizia che per molto tempo continuò a sfociare in una riduzione dei consumi e un aumento della disoccupazione.

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