THE WOLF – Cosa ci ha lasciato Jordan Belfort?

La storia di Jordan Belfort, amorale figura di gangstar dell’alta finanza degli anni 80. La sua vita è stata così dinamica da permettere a Scorzese di dedicargli un film, THE WOLF OF WALL STREET.



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THE WOLF – Cosa ci ha lasciato Jordan Belfort?

Jordan Belfort: milionario a 26 anni, in rovina a 36.

Belfort il lupo di Wall Street, un oceano di squali affamati di potere. Questa è l’immagine che Martin Scorzese dipinge riguardo la capitale della finanza mondiale.

Martin se ne frega dei valori morali e tipici del cinema mondiale e mette in primo piano la vita sfrenata, lussuriosa, viziata di Jordan Belfort. Il protagonista è un giovane in balia di un ascesa tumultuosa e inarrestabile, verso la scalata impetuosa al mondo della finanza. Il tutto in un vortice sempre più incontrollato di guadagni, spericolate operazioni di brokeraggio (legali e – soprattutto – illegali). E poi banconote a pioggia condite da dosi sempre più massicce di sesso, alcool, droghe e ogni genere di dipendenza.

Un capolavoro mondiale

Scorzese crea un capolavoro mondiale, un film senza schemi, che nella prima fase di montaggio aveva una lunghezza di circa quattro ore. Lo afferma il regista: «Era di quattro ore, sì. E un sacco di gente lo ha amato con quella durata, ma non si può distribuire un film con quella lunghezza e quindi lo abbiamo ridotto molto attentamente».

Alla fine, il film è stato ridotto a una durata complessiva di 180 minuti.

Scorzese non ha paura a prendersi un tempo mostruoso come questo per un racconto biografico. Un tempo utilizzato per infilarci dentro tutti i dettagli di una vita vissuta costantemente tra high e higher, in un caleidoscopio surriscaldato di giornate lavorative trasformate in happening orgiastici, nani scagliati contro improvvisati tiri a segno, droghe dall’effetto ritardato ed esilarante. E poi il lavoro: discorsi motivazionali a metà tra quelli di un predicatore televisivo e un sergente dei marines, riti collettivi di appartenenza che sfociano in danze tribali.

Un’analisi di Belfort

Jordan Belfort, personificato da Leonardo di Caprio, è di un’ambizione spropositata, che gli permette di passare in poco tempo da un garage senza nemmeno l’intonaco all’ultimo piano di un grattacielo al centro di New York. Il tutto a suon di sesso, droga e Penny Stock. Queste ultime sono oggetto di manipolazione da parte di artisti dello scambio ed è per questo che sono volatili.

Molte delle società indicizzate nel mercato delle penny stock sono appena entrate nel mondo della finanza. Questo significa che è impossibile risalire alla storia di trading del titolo. Belfort, in seguito alla perdita del lavoro causata dal Black Monday, ha ben pensato di aprire una sua società basata sulla vendita delle Penny Stock: la Stratton Oakmont accaparrandosi il 50% del prezzo del contratto.

Da qui la scalata verso il successo che inizia mettendo su una schiera di venditori incalliti dove l’unico loro obbiettivo è quello di far soldi, con qualsiasi mezzo, senza qualsiasi moralità ed etica.

L’obiettivo? Usare tutte le loro doti persuasive per spingere un umile lavoratore dipendente, che faceva 12 ore in fabbrica, a investire tutti i suoi risparmi nelle Penny Stock.

Cinema e arte comunicativa

In diverse scene del film Belfort sale su un piccolo palco montato nella sede della società e, microfono alla mano, tiene discorsi decisamente sopra le righe per celebrare e motivare i suoi dipendenti. (Leggi anche-> DiCaprio restituisce l’Oscar. Ecco cosa è accaduto)

Finiti gli interventi di Belfort, si tenevano spesso feste sfrenate per i risultati economici ottenuti dalla Stratton Oakmont.

Scorsese rende bene quei momenti, con musica, alcolici, droghe, orge con spogliarelliste, nani da circo e animali da fiera; un regno del vizio e del piacere fine a se stesso che infine rappresenta la droga vera, quella a cui non si riesce a rinunciare. Tutto quanto ripreso in sequenze all’insegna del virtuosismo e modellate da un montaggio vorticoso ed eccitabile. E’ come se la frenesia che guida le azioni dei protagonisti avesse finito per contagiare anche il regista e la sua troupe.

– VENDIMI QUESTA PENNA –

Il film termina con Jordan arrestato per i suoi crimini, nonostante siano trascorsi due anni in cui non ha commesso reati e ha smesso di drogarsi e bere.

Dopo 36 mesi di carcere, Jordan ritorna libero e tiene seminari sulle strategie di vendita. E quando nella scena finale Di Caprio abbatte il quarto muro e parla allo spettatore, fissandolo negli occhi, è ipnotico e sai che da lui una penna la compreresti senza battere ciglio.

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