Confronto tra crisi economiche: 1929-2008

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confronto crisi economiche

In molti attestano che quella che sta vivendo la nostra generazione sia riconducibile alla crisi del 1929

Il FMI ritiene l’attuale crisi finanziaria “la peggiore dagli anni 30” richiamando alla memoria quella passata, ma ad una più attenta analisi e riflessione si trovano, sia delle affinità che delle dissomiglianze, che fanno ipotizzare una crisi ben più tremenda, anche se nel complesso dell’economia globale, per quanto riguarda l’andamento del Pil, la Grande Recessione è stata più “modesta” rispetto a quella del secolo scorso. Per approfondimenti sulle due più grandi crisi degli ultimi 100 anni vai a crisi del 29 e crisi 2008.

Pil mondiale a confronto tra le due crisi

Nonostante le grandi trasformazioni che il mondo ha conosciuto negli ultimi novant’anni, focalizzando l’attenzione sul settore finanziario possiamo dedurre che numerose sono le caratteristiche che le accomunano.

Alcune analogie riscontrabili

Attraverso una prima e veloce analisi è possibile riscontrare in entrambe lo stesso clima euforico che caratterizzava il periodo antecedente allo scoppio delle bolle speculative, nonché una politica monetaria troppo accomodante. Per sapere di più vai a bolle speculative.

Prima del crollo del 1929 e della bancarotta di Lehman Brothers, difatti la finanza degli Stati Uniti aveva conosciuto un forte boom accompagnato da un enorme ondata di speculazione dovuta alla facile concessione di credito da parte delle banche.

In tale situazione le autorità monetarie, furono totalmente neutrali nei confronti delle valutazioni degli asset, ponendo la loro attenzione esclusivamente sull’inflazione dei prezzi al consumo.

Proprio come negli anni Venti, quindi raffrontiamo elevatissimi rialzi nei prezzi, accompagnati inoltre da una contenuta inflazione, che comportò un fortissimo indebitamento delle famiglie statunitensi.

Altra importante similitudine, risiede nella prorompente innovatività del settore finanziario, riscontrabile in entrambi i periodi con la nascita dell’investment trust che comportò grandi flussi speculativi.

Come nei periodi precedenti la Grande Depressione, dove gli intermediari finanziari offrivano finanziamenti a basso costo anche per impieghi ad alto rischio, stessa estensione del credito ed assunzione di rischi non gestibili sono riscontrabili nella finanza di inizio millennio, caratterizzata da operatori spinti sempre più da un quadro di progressiva deregolamentazione, ad un’eccessiva competitività.

Le differenze

D’altronde, come si evince, se numerosi sono i punti in comune, non da meno sono quelli che le distinguono sia in aspetti tecnici/finanziari che economici.

Una delle nette differenze che risalta agli occhi riguarda il mercato; se nel ’29 liquidità e disponibilità di gran parte dei capitali erano condivise tra USA ed Europa, oggi invece è la Cina che detiene maggiori capitali, il che non solo riflette un grande spostamento di baricentro dell’economia mondiale, dall’occidente all’Asia, ma lascia prevedere che i destini delle economie saranno sempre più nelle mani dell’oriente.

Ulteriori difformità sono riscontrabili nei tassi di interesse che sono decisamente diversi da quelli di allora, difatti negli ultimi anni sono stati circa un ¼ di quelli applicati alla fine degli anni ’20/’30.

Non di minore importanza riguarda la diffusione stessa dei mercati azionari che nel periodo della Grande Depressione era minima e quindi incomparabile a quella attuale (pochi e ristretti mercati azionari nell’intero globo, “alle grida”, contro le decine di mercati “telematici” di oggi) il che comporta un numero di attori, una velocità ed un numero di operazioni neanche lontanamente paragonabile.

Il fatto stesso che nel 1929 gli USA fossero il grande volano dell’industrializzazione, è ben diverso dal quadro di una economia globalizzata con un alto numero di paesi industrializzati, sia emergenti che consolidati, che producono e consumano ricchezza, in un contesto di libero mercato.

Grande e sostanziale è anche la differenza delle contromisure prese a crisi avviata: mentre nel secolo scorso gli stessi banchieri, per scongiurare una catastrofe, misero mano al portafoglio per fare acquisti pubblici e sensazionali su azioni quotate, come ad esempio la J.P. Morgan, che insieme ad altri banchieri, durante una seduta proclamò a gran voce i suoi acquisti sui maggiori titoli del New York Stock Exchange.

In quella attuale invece sono le banche a chiedere aiuto ai governi e alle istituzioni sovranazionali che stanno al momento curando solo i sintomi, iniettando massicce dosi di liquidità per impedire il collasso, ma che dovranno adoperarsi per discutere nuove e più efficaci regole per i mercati, cercando di eliminare quegli elementi cancerogeni introdotti negli ultimi anni e riducendo nel complesso sia la speculazione che l’effetto leva ormai sin troppo ampio all’interno del sistema. Per approfondire vai a crisi del debito sovrano e crisi economica italiana.

La sensazione è che i poteri economici e finanziari abbiano acquisito così tanto potere e influenza che la politica, teoricamente regolatrice dell’economia, non abbia più i mezzi per regolare o semplicemente mettere in discussione alcuni aspetti del sistema economico che devono chiaramente essere cambiati radicalmente.

Sicuramente tale confronto mette in evidenza come la storia, anziché essere la miglior maestra, non basta a far sì che gli errori del passato non si ripresentino.

L’elemento che maggiormente risalta da tale comparazione risulta essere il non rispetto delle regole, nonché l’impossibilità attraverso semplici nazionalizzazioni di poter risolvere tutti i problemi derivanti dalla crisi.

Inoltre  il continuo l’utilizzo di liquidità facendo ricorso continuo alle banche centrali potrebbe essere alla lunga una scelta contro-producente; servirebbero piuttosto nuove regole per il sistema bancario e per il mercato finanziario che mirino alla trasparenza e alla riduzione del rischio.
Un esempio di tale punto di vista sono i cosiddetti “Accordi di Basilea”, in quanto fondamentale ai fini di una maggiore stabilità del sistema economico risulta la solidità patrimoniale degli istituti di credito. Per saperne di più vai a uscire dalla crisi.

La storia ci insegna però che, seppur in presenza di un miglioramento delle istituzioni e delle misure di politica economica, vi sarà sempre la tentazione di oltrepassare i limiti: così come una persona può fallire, indipendentemente da quanto ricca fosse in precedenza, anche un sistema finanziario può crollare sotto la pressione dell’avidità, della politica e della sete di profitto, indipendentemente da quanto possa essere ben regolato

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