Brexit, le deadline e il rischio no deal. E la palla passa al Parlamento

La scelta dell'Europa di concedere altro tempo al Regno Unito non conforta i possibili scenari futuri.

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Si alimentano sempre più timori a Bruxelles per un ritiro allo sbando del Regno Unito dall’Unione Europea. Intanto il Parlamento prende le redini dell’iter sulla Brexit.

Nelle istituzioni europee è sempre più accreditata l’ipotesi di una brexit senza accordo. Questo nonostante la premier britannica Theresa May abbia riunito il suo governo per capire quale strategia attuare. Il governo potrebbe essere costretto a chiedere un’ulteriore proroga dell’articolo 50 e quindi dover partecipare alle elezioni europee di maggio. Allo stesso tempo, la premier non ha del tutto escluso l’ipotesi di un ‘no deal’.

IL RINVIO E LA MOZIONE DEL PARLAMENTO

La scorsa settimana, il Consiglio Ue ha ascoltato e accolto le richieste della May e ha rinviando la data della Brexit dal 29 marzo al 22 maggio. In virtù di questo slittamento, il Parlamento di Westminster dovrebbe votare l’accordo sulla brexit. Il famoso accordo respinto ben due volte dalla Camera dei Comuni.

Se il la May dovesse incassare un altro rifiuto la proroga rimarrà valida fino al 12 aprile, giorno in cui Londra dovrà definitivamente dichiarare come intende lasciare l’Unione. Una eventualità che non placa i timori e che ha favorito, anche in ambienti parlamentari, l’ipotesi di un referendum bis.

E in mezzo a questo trambusto, giusto ieri sera, la Camera dei Comuni ha votato per riprendere il controllo dell’iter della Brexit.

Un evento unico nella storia, secondo l’emendamento saranno i deputati a votare entro mercoledì una serie di alternative al piano del governo. Un provvedimento passato grazie al voto di una trentina di ribelli conservatori. Fra le alternative potrebbero esserci un secondo referendum, una Brexit più morbida o la revoca dell’articolo 50.

A questo voto sono seguite le dimissioni di 3 sottosegretari del governo May.

SECONDO REFERENDUM?

Invocare una seconda consultazione popolare sulla questione è un argomento che il governo minimamente affrontare. La posizione di Theresa May è lapidaria (e sempre la stessa) e non intende abdicare alla scelta fatta, a suo tempo, da ben 17 milioni di elettori.
Questo nonostante negli ultimi giorni la petizione online al Parlamento per chiedere la revoca dell’articolo 50. Il popolo che da giorni manifesta in piazza e più di 5 milioni di firme raccolte non hanno smosso le posizioni. Anche se il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, ritiene che “merita di essere considerata”. Hammond ha comunque una serie di dubbi circa la fattibilità della cosa. In primis la mancanza in Parlamento dei numeri a favore della proposta.

CHI PERDE (E QUANTO)

Alcuni studi rivelano che le conseguenze di un hard brexit impatterebbero non di poco sull’economia europea e inglese. Per i paesi della zona euro la perdita è stimata intorno ai 40 miliardi di euro, con l’implementazione dei relativi dazi doganali. Per i cittadini di Sua Maestà le perdite vengono calcolate oltre i 55 miliardi di euro.
L’Irlanda, nodo cruciale dei negoziati, soffrirà in uno scenario di assenza di negoziati con una potenziale perdita di benessere di 3,5 miliardi di euro all’anno con una hard Brexit.
Un contraccolpo che avrebbe forti ripercussioni anche su molti settori, come industria e servizi, comportando ulteriori squilibri per i redditi di particolari zone geografiche sia nel vecchio Continente e nel Regno Unito.

Uno scenario che non vede né vincitori né vinti.

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